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La giusta soluzione per Renzi e per il Cav. è votare subito

Claudio Cerasa

Cosa cambia la sentenza della Consulta sull'Italicum. Arrivare al 2018 aveva un senso solo per tentare di scrivere una nuova legge dal sapore maggioritario

La sentenza con cui la Consulta ha dichiarato incostituzionale una parte importante dell’Italicum (il ballottaggio) lasciando intatte le soglie di accesso alla Camera (3 per cento per le liste) e il premio di maggioranza per le liste che superano il 40 per cento (quasi impossibile) apre una nuova fase politica la cui conseguenza evidente non può che essere quella di prendere atto dei nuovi equilibri, fissare la data e andare a votare subito. Arrivare al 2018 aveva un senso per tentare di scrivere una nuova legge dal sapore maggioritario, per provare a dare ai leader del centrodestra e del centrosinistra il tempo utile per cercare una nuova identità per i loro partiti, per mostrare agli elettori l’inutilità autolesionista e inconcludente dell’accozzaglia uscita vincitrice dal referendum costituzionale. La legge elettorale disegnata dalla Consulta – “suscettibile di immediata applicazione” – ci proietta invece in una nuova dimensione e fotografa come meglio non si potrebbe il contesto politico successivo al 4 dicembre.

L’Italia dei sindaci sognata dal Royal Baby è stata spazzata via dalla storia (no fine del bicameralismo, no party, no ballottaggio. E non perché il ballottaggio è incostituzionale ma perché era stato pensato per un sistema senza bicameralismo perfetto), così l’unica mediazione possibile e realistica per andare a votare non poteva che essere quella scelta dalla Corte: un sistema proporzionale con una correzione maggioritaria esplicita alla Camera (dove il premio scatta al 40 per cento) e implicita al Senato (dove la soglia di sbarramento è al 20 per cento per le coalizioni su base regionale e all’8 per cento per chi corre da solo, ciò significa che pochi partiti riusciranno ad avere senatori nella prossima legislatura).

 

L’orizzonte proporzionale non è il miglior alleato della vocazione maggioritaria (difficilmente il segretario del partito che vincerà le elezioni sarà anche il presidente del Consiglio), non si addice più all’idea di partito della nazione (avrebbe avuto una sua dimensione completa solo in un contesto di simil-presidenzialismo alla francese) e costringe i due politici che incarnano meglio degli altri un progetto di riformismo alternativo al cialtronismo grillino (Renzi e Berlusconi) a vivere in una nuova cornice politica all’interno della quale Renzi non può più essere pienamente Renzi e Berlusconi non può più essere pienamente Berlusconi.

Il Cavaliere aveva scelto di dimettersi parzialmente da se stesso contrapponendosi con forza alla riforma costituzionale voluta da Renzi e preparandosi a navigare in un panorama politico identico a quello disegnato ieri dalla Consulta. Allo stesso modo, Renzi, ha scelto di dimettersi da Renzi, almeno parzialmente, nel momento stesso in cui ha deciso di non andare a votare subito (si poteva, si doveva) e nell’istante in cui ha accettato di adattare il suo profilo al nuovo contesto anti maggioritario (un anno di stop non avrebbe fatto male al segretario del Pd), passando rapidamente e come se nulla fosse dal ruolo di leader potenzialmente rivoluzionario a quello di semplice manovratore di una futura governabilità. Da questo punto di vista – essendo sparito in modo prematuro dal radar del segretario del Pd l’idea che fosse doveroso occuparsi prima della ricostruzione del partito e poi di quella dell’Italia, nel tentativo di trovare una seconda chiave per declinare la vocazione maggioritaria – andare a votare subito rappresenta una scelta quasi doverosa, sia per Renzi sia per Berlusconi, per esercitare al meglio il nuovo ruolo di manovratori di una futura governabilità: senza un’idea forte per ricostruire un partito e far viaggiare con la giusta velocità di marcia un governo, da questo momento in poi la legislatura rischierebbe di andare avanti spinta solo dall’assurda volontà di voler “omogeneizzare le leggi elettorali” e si capisce dunque che il Renzi manovratore e non più rottamatore abbia un suo interesse a capitalizzare tutto, a non voler rischiare di perdere peso al prossimo congresso, ad avere il controllo totale sulle liste che verranno presentate alle prossime elezioni, a sfruttare una legge che premia i partiti e le liste capaci di allearsi e che sfavorisce i partiti anti sistema incapaci di allearsi prima delle elezioni e a non procrastinare nel tempo quello che sarà lo sbocco inevitabile del nuovo Pd: un accordo strategico, dopo il voto, con il partito del Cav.

 

Arrivare al 2018 aveva un senso anche per scrivere una nuova legge elettorale. Una legge c’è. Un’altra non si farà. Ora meglio votare.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.