Così la burocrazia ha ritardato ricostruzione e prevenzione nelle zone del sisma

Stefano Cianciotta

Dietro al dramma del terremoto c’è una realtà dura da ammettere: si può morire anche di burocrazia

Le calamità naturali delle ultime ore rendono necessaria una vera riorganizzazione della Pubblica amministrazione italiana, senza la quale la pianificazione, l’esecuzione, la manutenzione e la gestione del territorio restano solo considerazioni retoriche, che non si traducono in azioni e atti concreti. Ripensare una macchina così complessa, caratterizzata da troppi centri di potere e non da centri di responsabilità, e da un numero considerevole di strutture amministrative che si condizionano a vicenda (si pensi ad esempio al ruolo esercitato nella ricostruzione post sisma dalle Sovrintendenze, dai parchi nazionali, dagli Uffici speciali dei comuni e delle regioni, dalla Protezione civile, dal Commissario e dal governo), significa innanzitutto discutere di risorse umane, finanziarie e competenze. Non da ultimo anche dell’ordine gerarchico che deve assicurare la reale operatività della organizzazione pubblica. Su un punto però dobbiamo essere fermi e rigorosi.

Un paese così fragile, e con una disponibilità di cassa non paragonabile a quella degli anni Sessanta/Settanta, non si può più permettere di avere 8.000 comuni, quasi la metà con popolazione tra i 1.000 e i 5.000 abitanti (sono 3.617 per la precisione).

Se non partiamo da questa precondizione essenziale, l’accorpamento e la fusione dei comuni e l’eliminazione di strutture diventate anonime perché non possono più apportare da soli servizi essenziali alla collettività, viziamo all’origine la discussione. Svuotate le province delle principali competenze, infatti, i comuni – soprattutto quelli delle aree interne dove le comunità montane hanno svolto solo parzialmente il ruolo di organizzatore dei servizi pubblici essenziali – adesso appaiono come dei fantasmi, senza personale e risorse, monadi su cui incombe il governo di strutture pubbliche costruite in anni dove la moneta elettorale e clientelare pesava e faceva la differenza.

Per non parlare degli edifici scolastici che ospitano quando va bene qualche bambino, diventati un costo insormontabile in termine di manutenzione, al pari di immobili che un tempo erano il luogo degli uffici postali.

La mancanza di turnover, poi, ha sguarnito le amministrazioni di risorse umane, soprattutto tecniche e con nuove competenze, indispensabili per la gestione dei processi, come abbiamo capito in questi mesi di terremoto.

Chi investe per garantire la correttezza della viabilità in un comune di poche centinaia di abitanti, se non ha un ruolo significativo, ad esempio in ambito turistico, considerato che i piccoli comuni non riusciranno a qualificarsi neppure per la prima soglia di gara, fino a 1 milione di euro?

Chi in quel comune analizza dossier strategici e risponde alle richieste di potenziali imprenditori interessati a discutere di investimenti? Ha senso destinare risorse a sostenere interventi emergenziali (si pensi al Piano neve) che vanno in aiuto di poche decine di soggetti che risiedono in territori parcellizzati e compromessi?

La logica del com’era dov’era non è mai esistita, e mai lo sarà, perché le città e le comunità sono state costruite e si sono evolute sulla base dei cambiamenti indotti dalle calamità naturali, dalle guerre e dalle emigrazioni. E’ stato sempre così, prima che il campanilismo politico diventasse l’unica cifra di riferimento di un paese che vuole conservare tutto e fa della conservazione la sua unica ragione di vita, istituzionalizzata anche dal potere ampio di condizionamento che viene attribuito alle Sovrintendenze.

Amatrice (foto LaPresse)

La riforma imperfetta della Pa, disegnata dal governo Renzi dialogando più con la pancia degli italiani che con la loro specifica richiesta di essere fruitori di servizi efficienti e in alcuni casi innovativi, ha lasciato appunto le cose a metà. E in quel guado, in quel limbo tra il dire e il fare, nessuno vuole più la responsabilità di prendere decisioni e impartire ordini. E chi lo fa, paradossalmente, rischia di essere distrutto sotto la scure del potere giudiziario. 

A Norcia, dove si è operato benissimo nei terremoti del 1979 e del 1997 mettendo in sicurezza le abitazioni, moltissime case in zona rossa sono agibili. Perché gli abitanti non possono rientrarvi? Perché il governo non fa del modello umbro della ricostruzione del 1997, che aveva nei comuni un punto di riferimento fondamentale senza l’intercessione di altri organismi che allungano la filiera della burocrazia, una buona pratica replicabile su tutto il territorio nazionale?

La storia di questo sisma è una ulteriore pagina sbiadita e opaca del potere della burocrazia italiana, forse il suo emblema più deteriore.

Quando decine di animali – il capitale degli allevatori – muoiono per il freddo nelle zone colpite dal terremoto perché dopo mesi governo, regione e commissario straordinario non sono stati capaci di fornire le strutture provvisorie per il loro riparo; quando le casette vengono estratte a sorte; quando chi vorrebbe realizzarsi da solo una casetta in legno provvisoria non può perché per la regione si tratterebbe di abuso edilizio; quando un decreto, come quello per la ricostruzione, è concepito in modo tale che la governance non rifletta una filiera di comando ma solo un sistema di competenze degli uffici preposti, che si rimpalleranno dei poteri, dobbiamo avere il coraggio di affermare che la politica è davvero finita, e che comandano solo ed esclusivamente i burocrati.

Amatrice (foto LaPresse)

Abbiamo bisogno, invece, di rappresentanti istituzionali che tornino a svolgere il ruolo di leader, non quello di capi, che continuano a non volere esercitare il potere di delega e che preferiscono circondarsi di “professionalità” accondiscendenti.

La buona politica, e con essa il consenso, passa attraverso la riorganizzazione della Pubblica amministrazione. Prima la politica lo capisce, e prima potremo diventare un paese evoluto.