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Romano spiega perché il M5s si batte solo ricostruendo il Pd

David Allegranti

"Il populismo non si sconfigge con una orgogliosa risposta di establishment, come dice la sinistra del Pd. Servono riforme ancora più radicali. Il populismo sguazza nel malcontento se non lo prosciughi", dice il parlamentare del Pd

Roma. Matteo Renzi ora ha più tempo libero e può dedicarsi alla ricostruzione, o meglio alla costruzione, di quel partito forse mai nato davvero. Ci sono state le prime riunioni romane al Nazareno, dopo la pausa famigliare di Pontassieve. Si parla di ingressi nella segreteria, di correzioni di rotta sulla comunicazione, considerato dall’ex premier uno dei punti deboli della campagna elettorale referendaria. La ripartenza renziana dunque passerà anche dalla ristrutturazione della macchina comunicativa del Pd. Prima però c’è da farlo sul serio, quel partito. Ne è convinto anche Andrea Romano, storico, parlamentare del Pd, condirettore de L’Unità, il giornale che Renzi ha riportato in edicola e che si trova nuovamente in gravi difficoltà. La gestione de L’Unità – a mettere i due percorsi in parallelo – è speculare alla segreteria Renzi finora; l’ex sindaco di Firenze, semplicemente, non ci ha badato molto. Il cdr due giorni fa ha comunicato che l’azienda intende procedere “a licenziamenti collettivi senza ammortizzatori sociali, anziché proseguire nella trattativa con il sindacato per la trasformazione di articolo 1 in articoli 2”. Insomma, un mezzo disastro e il Pd rischia di restare di nuovo senza una “voce” ufficiale.

 

Nel corso del suo intervento all’assemblea del Pd dello scorso dicembre, Renzi ha detto che il partito ha perso il referendum costituzionale a partire dal web. Ha perso la sfida con i Cinque Stelle a partire da lì. Eppure, dice Romano, “non è una trovata sul web quella che ci salva. Ma il populismo non si sconfigge neanche con una orgogliosa risposta di establishment, come dice la sinistra del Pd. Semmai servono riforme ancora più radicali. Il populismo sguazza nel malcontento se non lo prosciughi”. Per prosciugarlo, naturalmente, bisogna fare le riforme, aumentare lavoro e crescita, dice Romano. Il problema, argomenta lo storico, è che prima va fatto un partito, poi ci si preoccupa di come comunicare. “Il M5S – dice Romano al Foglio  – è più efficace di noi sulla comunicazione. Ma quello che serve è costruire una istituzione politica dotandola di strumenti adeguati, che non sono quelli del giornale di partito. Noi ragioniamo come se fossimo in un partito degli anni Ottanta, ma ancora non abbiamo costruito una istituzione politica. E questa è una parte del lavoro che Renzi deve avviare e completare: il tema non è solo il rinnovamento del Pd ma la costruzione del Pd, che ancora manca”. Uno degli avversari di Renzi al prossimo congresso del Pd, Roberto Speranza, deputato, ex capogruppo alla Camera, dice che lui andrà “là dove il partito non riesce più ad essere ovvero nelle fabbriche, nelle periferie e nei luoghi del disagio sociale”. Ma su questi punti, Renzi e i suoi uomini sono lontani dalla sinistra Dem.

 

“La risposta al disagio sociale non è fare la sinistra degli anni Settanta, operaista, e mettersi l’elmetto da operaio, ma dare lavoro e crescita”, dice Romano. Viene dunque da chiedersi quale possa essere il ruolo del Pd oggi. Come ha scritto il compianto politologo Peter Mair in “Governare il vuoto” (Rubbettino), “i partiti possono ancora fornire la piattaforma necessaria ai leader politici, ma questa piattaforma è utilizzata nei fatti come rampa di lancio per raggiungere altri uffici e posizioni. I partiti stanno quindi fallendo come risultato di un processo di mutuo indietreggiamento o abbandono, in cui i cittadini si ritirano verso una vita più privata o si rivolgono a forme di rappresentanza più specializzate e specifiche, mentre i leader di partito si ritirano nelle istituzioni, traendo i loro termini e modelli di riferimento più facilmente dai loro ruoli di governatore o funzionari pubblici”. Anche Renzi è passato da questa fase, restando per due anni e mezzo bloccato a Palazzo Chigi, senza poter mettere mano al partito. Ora forse è tempo di un cambio di passo.

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.