Renzi uno e due. Dove può finire il premier se il 4 dicembre vincerà il No

Giuliano Ferrara

Non si vota su come è scritto l’articolo 70 Cost., si vota sul rétour à la normale o sulla prospettiva, come dicono i romani, di darsi una “smossa". Indagine sul piccolo cabotaggio post-renziano

Per come si vanno mettendo le cose nel mondo, e per il fenomeno particolare che rappresenta, nel caso vinca il “No”, ciò che mi verrebbe da escludere per ragioni di buon senso, ma non si sa mai, Renzi avrebbe molto da perdere da una sua normalizzazione. Molto, non tutto, perché essendo giovane ed energico ha comunque parecchie carte ancora da giocare in un teatro pieno di zombie attaccati con una certa superbia a idee vecchie e retoriche untuose. Per normalizzazione intendo questo: si dimette e accetta il reincarico eventuale per fare una nuova legge elettorale con un nuovo esecutivo il cui orizzonte sono le elezioni e una specie di amministrazione controllata nel quadro di un processo politico negoziale vecchio stile, qualche buona cosa da realizzare, possibilità di anticipo delle urne al 2017 o scadenza ordinaria della legislatura al 2018. Intanto si riorganizza il sistema di potere e consenso nel Pd, l’opposizione di centro-destra cerca una sua via oggi di esito improbabile, e ci si misura con i vari grillismi e salvinismi d’assalto, sui cui risultati finali, legge elettorale parzialmente riproporzionalizzata a parte, non scommetterei gran che, sebbene di questi tempi i movimenti delle masse siano particolarmente sgraziati e febbrili. E’ un percorso possibile, accidentato, conflittuale e anche consociativo in potenza, che però consumerebbe il fenomeno rappresentato da una leadership forte che ha preso la staffetta da Berlusconi e ha cambiato la nozione di sinistra nel frattempo incanutita e se possibile ancora intristita. L’eccezione italiana, prima il Cavaliere e poi il boy scout, da un’anomalia all’altra, sarebbe fortemente offuscata se non cancellata.

 

 

Che altro può fare Renzi? Può non accettare un reincarico, tornare leader di partito, lasciare ad altri l’incombenza di un governicchio di transizione, cercare di lanciare nuove idee e costruire quella forza effettivamente e radicalmente diversa dal passato, socialmente e culturalmente rappresentativa di una nuova fase, e giocarsela su tempi medio-lunghi. Il piccolo cabotaggio post-renziano al governo e l’assenza di serie alternative, anche populiste come si dice, forse farebbe tornare quella particolare sinistra non ingombrata dal passato prossimo e remoto di nuovo competitiva e invitante. Chissà. Renzi è sindaco, amministratore, capo esecutivo, la dimensione del governo volle anticiparla per ragioni serie, era consustanziale al suo programma di rinnovamento. E il ruolo di capo di un partito e di costruttore di un blocco sociale non sembrerebbe il suo. La Leopolda ha dato quello che poteva dare, ma è stata una rivoluzione nelle élite, una cosa apprezzabile ed efficace ma di superficie, che solo le primarie e l’ambizione di fare casino dalla tribuna del governo e di cambiare un po’ di cose nel profondo ha riscattato per un momento dal suo spazio limitato. Come il suo predecessore nel centro-destra, anche il Royal baby o The Young Pop (copyright Cerasa)  non pare troppo a suo agio nel ruolo di agitatore di idee e pulsioni sociali o di paziente costruttore di una classe dirigente.

 

Si vedrà. Probabilmente a Renzi toccherà provare a fare le due cose insieme, tenendo le chiappe incollate alla cabina di comando di Palazzo Chigi e provando a mettere su una strategia di movimento che non lo faccia diventare uno qualsiasi che vuole sopravvivere e durare. Intanto è venuto fuori, e a tre settimane dal voto la cosa non si può più nascondere, che la questione della personalizzazione del voto era una trappola politologica anche piuttosto banale. Il voto del 4 dicembre è sul programma d’azione in base al quale governo e renzismo sono nati e si sono affermati in parlamento e nel paese, con un riflesso importante in Europa e un effetto iniziale ma rilevante nell’economia e nello stato della nazione, che non aveva visto riforme simili a quelle varate nei mille giorni di Renzi per molti e molti anni. Non si vota su come è scritto l’articolo 70 Cost., si vota sul rétour à la normale o sulla prospettiva, come dicono i romani, di darsi una “smossa”.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.