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Il vero nome che spacca il Pd del No non è Renzi, ma quello del prossimo segretario

Gli avversari interni del premier hanno cominciato le grandi manovre per contendergli la leadership del partito. Ma su questo fronte le opinioni di Bersani e D’Alema non coincidono. Intanto il presidente del Consiglio lavora in direzione opposta.

8 Novembre 2016 alle 18:19

Il vero nome che spacca il Pd del No non è Renzi, ma quello del prossimo segretario

Piazza del Popolo. renzi durante una manifestazione del Partito Democratico

Nella speranza che siano veri i sondaggi riservati che danno il Sì sotto di 4-5 punti in percentuale, gli avversari interni di Matteo Renzi hanno cominciato le grandi manovre per contendere al premier la leadership del Partito democratico e per sostituirlo alla guida del governo. Ma su questo fronte le opinioni di Pier Luigi Bersani e quelle di Massimo D’Alema non coincidono perfettamente. Entrambi pensano a Enrico Letta o a Dario Franceschini come eventuale sostituto del presidente del Consiglio quando questi si di metterà, però è sul nome del prossimo segretario del Pd che le idee dei due esponenti della vecchia guardia divergono. Bersani pensa ancora che la persona giusta per quel ruolo sia Roberto Speranza, perché è un giovane ma è ormai comunque conosciuto. D’Alema, invece, la pensa molto diversamente. L’ex premier, che pure è legato a Speranza da un lungo sodalizio, ritiene che l’ex capogruppo sia un peso troppo leggero per contendere a Renzi la premiership, anche in caso di sconfitta dei Sì. Perciò ha riallacciato i legami con Michele Emiliano. Il presidente della giunta regionale pugliese muore dalla voglia di assumere finalmente un ruolo di rilevanza nazionale e D’Alema è convito che abbia quel tanto di tocco populista che può giovare al Partito democratico per arginare il Movimento cinque stelle.

 

Mentre i suoi avversari preparano gli scenari per il post referendum, convinti di potercela fare e di vedere la vittoria del No, il presidente del Consiglio lavora in direzione opposta. Matteo Renzi non si risparmierà in questa campagna elettorale e non lo faranno neanche tutti gli altri parlamentari a lui vicini che, lavori d’Aula permettendo, fanno tre, quattro iniziative al giorno. Il clima, sostengono, è leggermente migliorato. Persino a Roma, stando ai sondaggi riservati che il Partito democratico commissiona con regolarità, la situazione non è disperata. La vittoria grillina non ha chiuso tutte le strade e attualmente nella capitale i Sì e i No si equivalgono. Ma è chiaro che, anche in caso di vittoria, Renzi non otterrà una maggioranza schiacciante. Lo ha ammesso lui stesso, l’altro ieri, in un faccia a faccia televisivo con Giovanni Minoli, e questo comporta dei problemi, secondo i più prudenti della maggioranza del Partito democratico. E, soprattutto, costringe il Pd a trattare da posizioni di non grande forza sulla modifica dell’Italicum. Renzi infatti è molto perplesso sull’opportunità di abbandonare il ballottaggio. E Maria Elena Boschi la pensa come lui. Però, vincendo sul filo di lana, il premier sarà costretto a venire incontro non tanto alle richieste della minoranza, con cui chiuderà definitivamente la partita al momento di fare le liste elettorali, quanto a quelle degli alleati di governo, Angelino Alfano in testa, e di Silvio Berlusconi.

 

Un capitolo che non è ancora stato definitivamente scritto è invece quello che riguarda il dopo referendum. Nel senso che Renzi non ha ancora deciso che cosa sia più opportuno per lui. Il premier sa che, nonostante le minacce, l’ipotesi di elezioni anticipate non è percorribile perché bisognerà rifare la legge elettorale (quella del Senato sicuramente). Però non ha ancora capito se gli conviene farsi dare il reincarico e portare lui il paese alle elezioni con un po’ di anticipo rispetto ai tempi prestabiliti (febbraio 2018) oppure lasciare che si costituisca un governo guidato da Pier Carlo Padoan. Una sorta di governo amico con il Pd che lo cannoneggia in Parlamento un giorno sì e l’altro pure.

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