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Ci vuole Fiorello per dimenticare i professionisti della comicità morale

Perché ci vorrebbe ogni giorno uno showman unico della nazione in prima serata, anche a confronto con i politici, per farci dimenticare i professionisti della morale e dell’anti politica.

8 Novembre 2016 alle 06:20

Ci vuole Fiorello per dimenticare i professionisti della comicità morale

Rosario Fiorello (foto LaPresse)

Se la Rai di Antonio Campo Dall’Orto volesse fare una buona azione, e volesse cioè sostituire il ritornello del ciò che si potrebbe fare con quello forse più efficace del ciò che si dovrebbe fare, domani mattina il direttore generale della Rai dovrebbe spostarsi di qualche chilometro da Viale Mazzini, imboccare il ponte di corso Francia, arrivare sulla via Flaminia Nuova, farsi lasciare verso le 7.30 di fronte al Bar Ambassador, osservare da vicino una stanza del locale trasformata in studio televisivo. E poi, alla fine della trasmissione che tutti conoscete, prendere Rosario Fiorello sotto braccio e dirgli, fregandosene delle urla di Michele Anzaldi e delle velenose freccette pauperiste, tu ora vieni con noi, stop, vogliamo creare in Italia un nuovo programma a metà tra il varietà e il talk-show, una specie di David Letterman Show, e tu sei la persona giusta. Punto.

 

Non c’entra con il renzismo, non c’entra con la politica e non c’entra con il referendum. C’entra con una qualità non particolarmente notata di cui oggi Fiorello, attraverso il suo programma, la sua “Edicola Fiore”, con i suoi servizi brevi, gli stacchi ogni quarantacinque secondi, la mezzora di risate, il ritmo fantastico, è diventato portatore sano: gli Showman che fanno sorridere e diffondono comicità senza fare retorica (tranne qualche volta sui Pooh e su Fabio Rovazzi), senza innervare i propri spettacoli di dichiarazioni di voto subliminali (Sabina Guzzanti) e senza doverci dimostrare ogni giorno di essere quasi dei politici mancati (Crozza) sono una rarità.

 

In un paese in cui i comici fanno politica, in cui alcuni giornali fanno campagna politica usando i nomi di comici defunti, in cui i politici che seguono le indicazioni dei comici in chief riescono a essere persino più comici dei loro leader, in cui i giornalisti che insultano le persone si travestono da comici nascondendo i propri sputazzi dietro la maschera della satira, si capisce bene che fare degli show comici senza retorica e dunque senza politica diventa complicato per una ragione semplice che è inscritta nel Dna del circo mediatico: se un uomo di spettacolo non segue la corrente dominante del politicamente corretto – e non scandisce parole a caso come “JP Morgan”, “Licio Gelli”, “Parlamento incostituzionale” in una fase in cui Pinochet è alle porte (del Venezuela, ovvio) – quell’uomo di spettacolo rischia di essere considerato un disertore della giusta morale.

 

Fiorello invece se ne fotte alla grande. Riesce a fare informazione (su Sky) senza voler necessariamente formare le persone (tranne qualche volta sui Pooh e su Fabio Rovazzi) e riesce ad applicare lo schema della radio (parole che potrebbero vivere tranquillamente anche senza immagini) alla tv, mescolando tutti i generi: le chiacchiere sui social, le discussioni da bar, le notizie sui giornali, le performance live.

 

Ci vorrebbe ogni giorno uno showman unico della nazione come Fiorello in prima serata, anche a confronto con i politici, per farci dimenticare i professionisti della morale e dell’anti politica. Il servizio pubblico cerca da anni il suo David Letterman. A via Flaminia Nuova, al Bar Ambassador, oggi c’è un signore che gli somiglia parecchio.

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