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Oltre lo strappo con Bersani. Cosa si gioca Renzi spiegato dal Wsj e dall'Obs

Le divisioni nel paese e l'accerchiamento del premier nella partita cruciale del 4 dicembre hanno un costo elevato per l'Italia e non solo. Ecco quale

7 Novembre 2016 alle 15:09

Oltre lo strappo con Bersani. Cosa si gioca Renzi spiegato dal Wsj e dall'Obs

Matteo Renzi alla Leopolda (foto LaPresse)

I toni festanti della Leopolda dello scorso anno hanno lasciato il posto alle divisioni e alla rispettiva paura, sia dell'ala renziana sia della minoranza, di trovarsi dal lato dello sconfitto nel giorno dell'appuntamento chiave del referendum del prossimo 4 dicembre. Con la Leopolda di quest'anno, l'appuntamento cruciale dell'anima rottamatrice del Pd, Renzi ha voluto mantenere le distanze dalla minoranza, accusata di "voler distruggere il partito" e di rappresentare piuttosto l'Italia "al tempo dell'odio", quella che non osa mai intraprendere un processo di cambiamento. Su questo sentimento, il mondo guarda con attenzione particolare al referendum italiano.

 

Voci autorevoli tra i columnist dei principali quotidiani internazionali non mancano di sottolineare i rischi per il sistema europeo e globale che potrebbero derivare da un'eventuale vittoria della resistenza al cambiamento. Soprattutto su come la partita referendaria abbia oscillato in questi mesi tra la personalizzazione del voto, pro o contro il premier, e lo scontro tra establishment e "cittadini", una retorica su cui il populismo targato a 5 Stelle ha investito fino a oggi. E su cui però la stessa minoranza del Pd rischia di inciampare.

 

Lo ha notato Simon Nixon, che dalle colonne del Wall Street Journal ha provato a spiegare da dove nasce, in cosa consiste e in cosa rischia di tramutarsi, per la politica italiana e non solo, la riforma costituzionale proposta da Renzi. A molti osservatori esterni, scrive Nixon, la scelta del premier di voler investire il suo considerevole capitale politico nell'aggiornamento della Carta, due anni fa, era parsa incomprensibile: Renzi, "un leader giovane ed energico che aveva dimostrato una considerevole abilità politica guadagnando il controllo del suo partito, e privo di qualunque scandalo o compromesso a macchiare il suo passato", aveva e ha di fronte a sé sfide apparentemente più urgenti, a partire da quella del terzo maggiore debito pubblico al mondo, circa il 130 per cento del pil. In Italia, però – sottolinea Nixon – è ormai consolidata la consapevolezza che la riforma dell'assetto politico sia improrogabile. La Costituzione italiana, afferma l'opinionista, ha servito relativamente bene l'Italia nell'immediato dopoguerra, associata a un sistema elettorale proporzionale; tale sistema, però, è collassato con il declino del Partito comunista e la fine della cosiddetta prima Repubblica, a seguito degli scandali di "Mani pulite" nel 1992. Da allora, privato del fattore esogeno di stabilizzazione del sistema politico – ovvero il rischio percepito di un governo comunista – e nonostante numerosi tentativi di riforma della legge elettorale per portare all'elezione di maggioranze parlamentari mono-partitiche coese, il sistema istituzionale italiano ha dimostrato tutti i propri limiti.

 

Ciononostante, l'iniziale consenso verso lo sforzo riformatore di Renzi pare essersi progressivamente prosciugato: in parte, sottolinea Nixon, ciò è certamente dovuto al fatto che molti elettori guardano al referendum come a un'occasione per esprimere un voto di protesta contro il governo in carica. Il premier, però, è contrastato anche e soprattutto da una vasta coalizione delle opposizioni politiche del paese, e persino da correnti interne al suo partito: tutti sono contrari a un rafforzamento dell'esecutivo all'insegna di una maggiore governabilità. La retorica della "Costituzione più bella del mondo", avverte però l'autore dell'editoriale, presenta dei rischi: la coorte compatta del No alla riforma rischia di trasmettere all'esterno l'immagine che "le élite italiane si siano coalizzate per impedire l'ascesa al governo delle forze anti-establishment". L'opinionista si riferisce ovviamente al Movimento 5 stelle, che contende lo status di primo partito italiano al Partito democratico di Renzi e può dunque puntare a vincere le prossime elezioni; il M5s è comunque a sua volta contrario alla riforma, per una sua marcata impostazione ideologica di impronta legalistica. In ogni caso, conclude Nixon, la vittoria del No al referendum rischia di gettare l'Italia in una nuova fase di grave instabilità politica, proprio quando i mercati e la comunità internazionale osservano l'esito dello sforzo riformatore da cui potrebbe dipendere il rilancio o il definitivo declino del paese. "Non c'è alcuna garanzia - ammonisce Nixon - che l'Italia possa salvaguardare il proprio futuro ritirandosi nel suo passato".


In Francia, il settimanale Nouvel Observateur (L'Obs) ha invece accentuato l'insostenibile solitudine che pesa in questi mesi sul premier, lasciato solo per via di quelle divisioni che hanno lacerato il suo stesso partito. In un reportage di Michelle Padovani sulla settima edizione della Leopolda, i toni "altisonanti usati da Renzi per sponsorizzare la riforma costituzionale ("E adesso il futuro!", era lo slogan di quest'anno), fanno fa contraltare alla serrata della quasi totalità dei partiti di opposizione per il No. Fatta eccezione per il minuscolo partito dell'alleato di governo, il centrista Angelino Alfano, dal M5s a Forza Italia, passando per la Lega nord, è unanime il coro dei No. La kermesse, secondo Padovani, è stata l'ultima occasione per Renzi di invertire la tendenza che vede il No al referendum in vantaggio di quattro punti sul Sì nei sondaggi d'opinione: 52 per cento contro 48. Nonostante Renzi rivendichi quanto fatto in questi due anni e mezzo a Palazzo Chigi, dalle riforme come il Jobs Act alle misure a favore delle pensioni più basse fino alla credibilità riconquistata dall'Italia presso il presidente americano Barack Obama e presso la Commissione europea, la sua permanenza alla testa dell'esecutivo è minacciata dalla coalizione dei suoi avversari. Insomma, conclude l'articolo dell'Obs, la settima Leopolda, che voleva realizzare "un altro modo di fare politica passando sopra la testa dei partiti", rischia di essere l'ultima.

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