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Le ragioni del Nì

Manca un mese al referendum costituzionale che deciderà le sorti del paese, e del governo. O forse solo del governo. O, molto più probabilmente, neppure di quello. La cosa interessante, per chi di professione guarda il mondo da un punto di vista disincantato, è che più si avvicina la data, più la catastrofe pare imminente.

2 Novembre 2016 alle 14:00

Le ragioni del Nì

La7, Referendum. Confronto tra Matteo Renzi e Ciriaco De Mita (foto LaPresse)

Manca un mese al referendum costituzionale che deciderà le sorti del paese, e del governo. O forse solo del governo. O, molto più probabilmente, neppure di quello. La cosa interessante, per chi di professione guarda il mondo da un punto di vista disincantato, è che più si avvicina la data, più la catastrofe pare imminente. Ogni giorno, più volte al giorno, stimati professionisti della politica (ed è comprensibile) e dell’informazione (e lì lo schieramento fideistico puzza un po’ di più) ci ricordano che, nel caso vincesse il Sì, la prospettiva sarebbe quella della Germania del ’33 o del Cile di Pinochet, a scelta.

 

Nel caso di vittoria del No, i colleghi di quelli sopra ci ricordano che invece crolleremmo in un oscuro medioevo, fatto di indecisioni, ingovernabilità e immobilismo, con le banche internazionali minacciose, le borse in subbuglio, i barbari alle porte e persino il presidente degli Stati Uniti notevolmente dispiaciuto e pronto a invadere.

 

In tutto questo qualsiasi commentatore politico e non, giornalista, sportivo, attore, scrittore, webstar, o semplicemente proprietario di una connessione wi-fi, ci tiene moltissimo a farci sapere da che parte starà, forse in previsione della catastrofe susseguente, o addirittura con l’illusione di poter influenzare la “ggente”, che invece ho il dubbio sia in altre faccende molto più serie affaccendata.

 

In tutto questo io, forse per la prima volta in vita mia, sono talmente in confusione che, se non considerassi il non andare a votare come una sconfitta personale, me ne starei volentieri a casa. Oltretutto sono certo che da qui ad un mese nessuno riuscirà a regalarmi una convinzione in più, una certezza, nessuno scalfirà quella che non è tanto una posizione equidistante dai due poli, quanto il desiderio e la volontà di essere proprio in un’altra galassia.

 

Ho pensato anche che potrei andare per simpatie: guardare i due schieramenti e scegliere semplicemente quelli che mi spaventano di meno. Non c’è dubbio che i signori del No, almeno sulla rete, abbiano percentuali di invasamento che al confronto l’Isis pare un club di amici dello scopone scientifico; al punto che non solo già festeggiano una vittoria che sinceramente pare sempre meno scontata, ma addirittura preparano già ritorsioni contro il nemico che pagherà caro e pagherà tutto, con un Renzi/ Pinochet/ Cicciobombacannoniere in esilio a Sant’Elena e con nuove elezioni.

 

Capitolo a parte meriterebbero poi queste tanto agognate elezioni, quelle che “non ci fanno votare” ma ci sono state non da molto, finendo uno a uno senza dare al paese una maggioranza che potesse governare, tanto che se ne sono inventata una farlocca.

 

Le ultime elezioni democratiche ci hanno regalato Alfano ministro, così per dire.

 



“Anche i Masai votano Sì”


 

Dall’altra parte ci sono quelli del Sì, che non fanno molto pure loro per non cadere nel ridicolo. Al netto della foto in cui “Anche i Masai votano Sì” che restituisce dignità al social manager di Gasparri, l’intera comunicazione governativa è quantomeno zoppicante. Già usare lo slogan “Bastaunsì” in un referendum che di Sì rischia di averne davvero solo uno pare controproducente. Così come non mi convince l’assunto “meglio una brutta riforma che nessuna riforma”. Anche perché mi ricorda la ridicola storia di quel mio amico che per lavoro dovette trasferirsi in Congo. Passò i primi sei mesi a lamentarsi del fatto che, secondo lui, le donne congolesi, al contrario di molte africane, fossero bruttine, tarchiatelle. Dopo un anno passato lì il buongustaio convogliò a nozze con una congolese, e non arrivava al metro e cinquanta. Come per le riforme, alle volte una tarchiatella è meglio di nessuna tarchiatella.

 

Più si avvicina la data, più i due schieramenti si trasformano in tifoserie, con il loro carico di slogan infantili, con la violenza verbale che sottintende una mancanza di visione logica, di scelta ragionata. Non ci si può nemmeno più affidare ai saggi, anche perché di saggi ce ne sono sia da una parte che da quell’altra. Come di cretini. Forse meno.

 

Io ho due convinzioni: da una parte credo che, in un caso o nell’altro, non cambierà molto, italiani siamo e quello rimarremo (per fortuna e purtroppo, diceva quello), dall’altra non ho mai creduto che la nostra Costituzione fosse la più bella del mondo. Lo dimostra un fatto certo: se dopo soli settant’anni, in un giorno di dicembre, io sono obbligato a scegliere tra Salvini e Verdini, vuole dire che qualcuno, prima, qualche cosetta l’ha scritta così, di getto, senza pensare.

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