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Ichino spiega perché la campagna referendaria è tutt’altro che brutta

Pian piano la maggior parte degli italiani si sta facendo un’idea dei contenuti di questa riforma costituzionale, delle sue conseguenze istituzionali e delle sue valenze politiche. Si sta rendendo conto che questa volta, a differenza di tante - troppe! - altre, l’esito del voto inciderà davvero sulla direzione che il Paese prenderà.

25 Ottobre 2016 alle 18:17

Ichino spiega perché la campagna referendaria è tutt’altro che brutta

Matteo Renzi a Palermo per spiegare le ragioni del Sì al referendum (foto LaPresse)

Al direttore - Molti opinionisti negli ultimi giorni hanno lanciato il loro grido d’allarme per quella che a loro appare una brutta campagna referendaria, la quale starebbe lacerando il paese irreparabilmente. Sarà, ma io vedo un aspetto diverso di questo passaggio politico nazionale, che me lo fa apparire come uno dei migliori della nostra storia repubblicana. Pian piano la maggior parte degli italiani si sta facendo un’idea dei contenuti di questa riforma costituzionale, delle sue conseguenze istituzionali e delle sue valenze politiche. Si sta rendendo conto che questa volta, a differenza di tante - troppe! - altre, l’esito del voto inciderà davvero sulla direzione che il Paese prenderà.

 

Il Sì è collegato a un sistema elettorale maggioritario, a una maggiore rapidità del processo decisionale governativo, a una prosecuzione e rafforzamento dell’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea, quindi a una prosecuzione del programma di riforme avviato dal Governo Renzi. Il No è collegato a un ritorno al sistema elettorale proporzionale, quindi al mantenimento dell’assetto costituzionale attuale (nessuno può seriamente credere alla prospettiva di una rapida approvazione, dopo il successo del No, di una nuova riforma costituzionale, quale che essa sia) e a una prospettiva di governi di “larghe intese”; con quali contenuti, sul piano della politica economica, sociale, europea, mediterranea e atlantica, nessuno può dirlo con precisione, ma su di essi aleggia una forte predominanza dell’orientamento no-global.

 

Nella nostra storia repubblicana è accaduto poche altre volte che una consultazione politica avesse una valenza pratica binaria così netta: fu così nel referendum monarchia/repubblica del ’46, nella scelta tra Dc e Fronte Popolare del ’48, nei referendum sul divorzio e sull’aborto del ’74 e ’81, in quello sulla scala mobile del 1985 e in quello sul sistema elettorale del 1991. Ora gli italiani si trovano di nuovo di fronte a una scelta netta, con corrispondenti conseguenze pratiche altrettanto nettamente divaricate, come lo furono quelle ora ricordate. Una scelta sulla quale si dividono, è ovvio. Ma si dividono sapendo che non è tra ideologie, o tra bandiere astratte, o tra partiti che litigano a parole ma probabilmente finiranno per fare all’incirca le stesse cose: no, ora il bivio è davvero tale, scegliere una strada o l’altra significa davvero prendere direzioni molto diverse. Questo restituisce dignità e credibilità a una politica che le aveva perse, proprio perché fingeva di dividersi su bivii in realtà inesistenti. Come andrà a finire? Sono ottimista; perché in ciascuna delle altre occasioni analoghe gli italiani al dunque, anche se per lo più con un margine di maggioranza non largo, hanno compiuto la scelta giusta.

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