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Il No e l’Apocalisse

Durante la conferenza stampa, i 5 stelle spiegano il referendum allo Straniero (stampa estera), in nome dei “100 mila italiani fuggiti” l’anno scorso (li evoca un Di Maio che parla come davanti a un esodo da piroscafo novecentesco verso le Americhe). E poi il No spiegato allo straniero prevede tutto il catalogo catastrofista preso dal web.

18 Ottobre 2016 alle 06:03

Il No e l’Apocalisse

La conferenza stampa "I say No to save Italy's future" (foto LaPresse)

Roma. Ma quant’è bello il No, ha detto Beppe Grillo sul suo blog: No al referendum costituzionale, ma anche No al “pescare col verme al freddo d’inverno”, No al “cane peloso quando piove”, No al Corriere della Sera, No a Repubblica, No per provare “una gioia pazzesca”, perché “bisogna cercarselo dentro” ed è “la più bella espressione filosofica di oggi”. Ma è chiaro che non è tanto la curvatura esistenziale esposta dall’ex comico e capo del Movimento a innervare il No detto dai Cinque stelle ieri mattina, al cospetto della Stampa estera, presente il vicepresidente della Camera e candidato premier in pectore di M5s Luigi Di Maio (nel giorno in cui si parla della fronda interna degli “ortodossi” contro di lui, notizia smentita con poco effetto sui social network).

 

Comprimari: il deputato Danilo Toninelli, i senatori Vito Crimi e Giovanni Endrizzi e l’eurodeputato Fabio Massimo Castaldo, tutti sotto la supervisione del leggendario corrispondente della Faz Tobias Piller, l’uomo che nel gennaio scorso firmò il gran j’accuse contro il premier (da lui considerato, ma per ragioni di austerity teutonica tradita, un “populista” con “idee dannose per l’Europa”). Il No spiegato allo straniero s’annuncia intanto dal titolo: “I say No to save Italy’s future” – anche se poi, quando si parla del fronte del Sì, il deputato Toninelli raccomanda di non fermarsi ai titoli (e sarà questione di sfumature, un po’ come capita col garantismo). Soprattutto, aleggia un No apocalittico, a partire dai “centomila italiani” fuggiti dall’Italia l’anno scorso (li evoca un Di Maio che parla come davanti a un esodo da piroscafo novecentesco verso le Americhe).

 

E poi ci sono gli investitori, che se non fuggiranno davanti al Sì renziano già sono fuggiti. Il No spiegato allo straniero, infatti, prevede tutto il catalogo catastrofista preso dal web: l’eurodeputato Castaldo tira fuori anche la JP Morgan, rea di aver criticato le costituzioni antifasciste “come limite politico da superare”, e il lessico fa il resto: “manomissione” di diritti da parte dei “poteri forti” (sempre in caso di vittoria del Sì), Costituzione “ridotta a carta straccia”, Italia che “precipita nel caos”. Poi ci sono le metafore del senatore Crimi, colui che per primo fu visto in streaming (nel 2013, con la deputata Roberta Lombardi, davanti a un volenteroso Pier Luigi Bersani in fase “scouting”), e la metafora viene accolta dalla platea estera con sguardi perplessi: se dovesse vincere il Sì, dice Crimi, si metterebbe “la macchina” in mano “a un autista che non sa guidare” (Toninelli rincara: come mettersi a scrivere le regole con un baro conclamato).

 

Ma è quando Castaldo annuncia il tour europeo del Movimento per il No che il marketing lessicale si fa meno chiaro per la pletora di corrispondenti esteri. Un francese chiede al cronista italiano senza diritto di domanda che cosa significhi “in realtà” la frase “vota No come atto d’amore”, ma l’eurodeputato sta già rispondendo: atto d’amore per evitare che la confusione successiva all’eventuale approvazione della riforma renziana impedisca “la riforma dello stato sociale” e – aridaje – la fuga di cervelli (“perché non si sia pià costretti a cambiare paese!”, è il Leitmotiv della giornata). Si vota No per dire Sì ad altro, dice il Movimento che vuol farsi di governo e intanto si fa ossimoro: siamo rivoluzionari, ovvio, ma non vi preoccupate che con noi non succederà nulla. E’ con il Sì che cambierà tutto in modo “irreversibile” (e in modo spaventevole, è il sottinteso, dovendo “chiedere il permesso” a nuovi senatori che non avranno interesse a concederlo – invece i senatori in carica che pure in gran parte hanno votato Sì?, si domanda qualcuno nel pubblico).

 

Che si voti quindi contro il Sì, poi si vedrà (ma non con Renzi, che, scandisce più volte Di Maio, dovrebbe dimettersi in caso di vittoria del fronte avversario). Dire No con tutti quelli che ci sono (dai postcomunisti alla destra), per poi approvare (con chi?) le risparmiose leggi di iniziativa popolare fattibili “in quattro giorni” (se il problema sono i soldi, dicono Crimi e Di Maio, gli stipendi ai parlamentari li tagliamo in un baleno). Tutto deve cambiare perché tutto resti com’è, diceva il Gattopardo, ma nel mondo a Cinque stelle anche i gattopardi camminano a testa giù.

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