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Broadcasting criminale

Trasformare la Rai in una media company ma sottoporla alle regole dell’anticorruzione. E’ il cortocircuito (interno al renzismo) che sta inceppando la riforma. La trasparenza diventa un’arma preventiva - di Maurizio Crippa

24 Settembre 2016 alle 06:20

Broadcasting criminale

Il cavallo alato della RAI nella sede di Saxa Rubra (foto LaPresse)

Milano. “La crisi che sta investendo la Rai è figlia di un doppio errore: aver cambiato le regole e aver sbagliato persona”. Come nei migliori casi di serendipity, intervenendo ieri sul Giornale Maurizio Gasparri, padre dell’omonima riforma del 2004 e senatore di FI, ha detto due cose sbagliate ma ha centrato il punto. La legge di riforma del governo Renzi del dicembre 2015 ha cambiato le regole, positivamente: “La Rai diventa una vera e propria spa. L’amministratore delegato è un vero capo azienda. La Vigilanza non nomina più i vertici”, sta scritto sul sito del governo. “Dalla Rai del Parlamento (e dei partiti) alla Rai del governo”, commentarono tutti, molti storcendo il naso. In sintesi, significa aver avviato una trasformazione dell’azienda in una vera media company, il dg in un vero ad con poteri sulle nomine (a eccezione dei direttori giornalistici) e sui contratti fino a dieci milioni. La scelta di Antonio Campo Dall’Orto, già fatta da Matteo Renzi sei mesi prima, non è uno sbaglio: è una scelta. Oggi CDO sembra finito nel mirino, con qualche forzatura da parte dei suoi critici. E’ probabile che l’impaziente presidente del Consiglio che l’aveva voluto morda il freno, scontento: gli piacciono i risultati veloci. Ma CDO ha iniziato a comportarsi come un vero ad, a fare alcune cose (buone o cattive è un altro discorso), ed è questo a provocare reazioni. La questione non è l’uomo, è il ruolo non ancora precisato (ufficialmente, ad esempio esiste ancora una diarchia con il presidente, Monica Maggioni, che verrà superata solo con la nomina della prossima gestione). In pratica, la riforma è ancora in mezzo al guado, ed è probabile che alcuni meccanismi decisionali e di governance necessiteranno di una messa a punto.

 

Ed è qui che nascono le magagne. Ad esempio sulle nomine. L’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone ha segnalato che c’è stata una carenza nell’uso “del job posting, da utilizzarsi in modo preventivo e non concomitante rispetto all’avvio di procedure di selezione esterna”. Non è una denuncia di “corruzione”, ma un problema viene posto: il dg può davvero nominare e assumere come un ad, o deve passare attraverso filtri esterni? Sulla stessa pagina del sito del governo, si legge che la riforma introduce regole di “trasparenza e consultazione pubblica”, tra cui il famigerato Piano per la trasparenza e la comunicazione aziendale (Ptca), legge del 2012, quello che ha costretto ad esempio la Rai a mettere online i compensi dei dirigenti che guadagnano più di 200 mila euro (polemiche e boccucce scandalizzate) e impone procedure che in una normale azienda non ci sono. Ed è qui che, allargando un po’ l’inquadratura, si coglie il problema di fondo, che è interno al renzismo e che sta producendo un cortocircuito in Rai. Perché da una parte c’è la semplificazione delle governance, a ogni livello, marchio di fabbrica di Renzi. Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella del “cantonismo”. L’ossessione della trasparenza, che trascina mediaticamente il sospetto preventivo della corruzione, e che deve essere offerta in pasto alla pubblica opinione (e agli avversari politici), quando non addirittura ai pretori del lavoro, e che rischia a volte di inceppare i meccanismi decisionali. Non accade soltanto in Rai, ma in Rai la contraddizione si vede in full HD.

 

Con tocco di buon senso, qualche osservatore molto interno spiega che il problema è una riforma ancora in fieri, in cui i rapporti di forza tra decisionismo dei vertici e rispetto delle regole generali non sono messi a punto. E probabilmente nessuno ha ancora assimilato i nuovi stili comportamentali che la riforma impone. Ma non è così semplice far convivere modelli opposti, in un’azienda pubblica posta sotto le vigilanze parlamentari o trasversali più disparate.

 

Così finisce che vicende banali come il caso Semprini si trasformino in occasioni di denunciata corruttela, inesistente, e si amplifichino nel dibattito pubblico. E che chi ha interesse a fare resistenza al senso generale della riforma, persino nel partito di governo, sfrutti proprio uno degli elementi chiave della sua filosofia – le regole di trasparenza, il “cantonismo” come parametro generale – come un grimaldello per inceppare tutto. Già a novembre 2015, quando CDO scelse Carlo Verdelli come direttore editoriale dell’informazione e finì archiviata la riforma dei tg incentrata sulle newsroom voluta dall’ex dg Gubitosi e studiata da Nino Rizzo Nervo, ci furono polemiche sul presunto atto di forza. Che “sui nuovi vertici Rai ci siamo sbagliati. Arroganti, sono peggio dei predecessori” Michele Anzaldi (Pd) lo diceva già nel febbraio scorso. Prima che scoppiasse l’autunno caldo di Viale Mazzini, nel giugno scorso, un blogger attento come Maurizio Caverzan scriveva che “l’attacco sistematico ai vertici Rai, cavalcato da alcuni siti molto seguiti in Viale Mazzini, è portato in prevalenza da esponenti della ex Margherita”. La trasparenza rischia di fornire un’arma in più.

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