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Perché il cupo Bersani farebbe meglio a ritornare dalemiano

La colpa dei vari sodali della minoranza non sta tanto nell’aver cambiato idea rispetto alle due più qualificanti riforme del governo (legge elettorale e Costituzione), sta invece nel non muoversi di conseguenza, anzi nel non muoversi e basta.

16 Settembre 2016 alle 06:28

Perché il cupo Bersani farebbe meglio a ritornare dalemiano

Pierluigi Bersani (foto LaPresse)

C’era un tempo in cui Pier Luigi Bersani era dalemiano e non c’era bisogno di aggiungere altro: tutto chiaro, faute de mieux. Oggi non è più così ed è un peccato. Massimo D’Alema, nella sua personalissima e velenosa battaglia per rimuovere Matteo Renzi da Palazzo Chigi, dalla segreteria del Partito democratico e dalla sinistra perfino, conserva una sua riconoscibilità, un tratto d’autore. Nel suo caso si potrebbe parlare di un disegno nichilista che, in quanto tale, conserva un fosco bagliore di grandezza, minoritario ma totalizzante, egocentrato ma nitido, vendicativo certo ma come un fatto di natura (sindrome dello Scorpione) rivendicato con orgoglio e in cerca di un’ultima, pubblica convalida nella grande foresta del No al referendum sulle riforme costituzionali. Il fatto stesso di voler trasformare le proprie sconfitte e debolezze caratteriali in una rinnovata strategia di presenza politica, in mancanza di agoni migliori nei quali cimentarsi, è un segnale di dinamismo ed è sempre meglio che ripiegarsi a metà del guado.

 

Meglio, insomma, di come sta facendo (o non sta facendo) Bersani, immusonito sul seggio emerito dell’oppositore interno a titolo personale, con un tratto di emotività lievemente depressiva. La prospettiva del renzicidio, per come la coltiva D’Alema e cioè al limite d’una figura dell’assurdo, rappresenta in ogni caso un’ossessione forte. Pane per rivoltosi. L’amletismo bersaniano, al contrario, si colloca in una dimensione impolitica e infeconda, perché non mira ad abbattere Renzi ma a mutarlo in ciò che non potrà mai essere: un brillante funzionario apicale del vecchio partito-ditta che vorrebbe condizionarne istinti, deliberazioni e liturgie politiche. E’ lo stesso limite incarnato dai vari sodali della minoranza, da Gianni Cuperlo a Michele Gotor e Roberto Speranza: tutti lì, a mezza via, accoccolati sulla soglia del Pd, a pochi metri dai fuoriusciti alla spicciolata come Pippo Civati, incapaci di dissolvere la sensazione d’essere alla perpetua ricerca di una scusa per rimanere a casa, più che di un valido motivo per uscirsene insieme.

 


Massimo D'Alema (foto LaPresse)


 

La loro colpa non sta tanto nell’aver cambiato idea rispetto alle due più qualificanti riforme del governo (legge elettorale e Costituzione), sulle quali dopotutto il primo a oscillare cinicamente è proprio Renzi, sta invece nel non muoversi di conseguenza, anzi nel non muoversi e basta. Quand’anche avessero ragione, Bersani e gli altri, circa la diversa concezione della democrazia che ormai li separa dai canoni del renzismo, la loro debole verità è destinata a soccombere contro il più forte e motivante messaggio del premier, e impallidisce addirittura al confronto della furiosa albagia dalemiana. Se l’ex presidente del Consiglio mette in conto che dopo Renzi possa sopraggiungere un diluvio purificante (auguri), l’ex segretario democratico immagina che dopo Renzi ci sia ancora Renzi oppure il nulla, e di questa consapevolezza paralizzante sta facendo la propria maledizione, in un cattivo gioco a somma zero nel quale ricattatori e ricattato diventano indistinguibili.

 

Ma Bersani è anche, è ancora, un uomo politico di valore, benché ammaccato dall’umiliazione elettorale del 2013 e dalla mortificante illusione di normalizzare il settarismo dei Cinque stelle. Il suo nome evoca l’immagine della migliore nomenclatura post comunista dell’èra prodiana, del capofila di una sinistra liberalizzatrice che osò sfidare i fossili del corporativismo e – qui al Foglio lo si ricorda con ammirazione – non ebbe paura, nella tragicomica estate del 2005, quella dei così detti “furbetti del quartierino” e della riemergente questione morale berlingueriana, d’immaginare una sana regolamentazione del lobbismo in Italia. Da una personalità come quella di Bersani è lecito aspettarsi di più: se non pure un travaso nel freddo grand guignol dalemiano (questione di stile), almeno il superamento di un tatticismo isolazionista e lamentoso che può fare tenerezza ma non è più politica.

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