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Che succede se vince il no?

E se dovesse andare male? E se i volti che dicono No, pur nella loro carnevalesca incoerenza, dovessero prevalere sui volti che dicono Sì? Cosa accadrebbe se Renzi dovesse perdere il referendum? Quello che segue non è un romanzo di fantapolitica ma è un ragionamento che nasce da una serie di colloqui con volti importanti del Pd.

16 Settembre 2016 alle 06:03

Che succede se vince il no?

Matteo Renzi alla festa dell'Unità di Modena (foto LaPresse)

E se dovesse andare male? E se i volti che dicono No, pur nella loro carnevalesca incoerenza, dovessero prevalere sui volti che dicono Sì? Cosa accadrebbe se Renzi dovesse perdere il referendum? Quello che segue non è un romanzo di fantapolitica ma è un ragionamento che nasce da una serie di colloqui avuta con alcuni volti importanti del Pd. Il tema del “che succede se vince il No” è un tema tabù per il presidente del Consiglio e Matteo Renzi come è noto ha scelto di spersonalizzare la partita referendaria per evitare di concentrarsi più sulle persone che incarnano il messaggio della riforma (il premier e il ministro Boschi) che sui contenuti che caratterizzano la riforma. Eppure ciò che fino a qualche mese fa sembrava non possibile (la sconfitta del Sì) oggi sembra ancora difficile ma non impossibile ed è un tema che ha un suo interesse e costituisce anche un elemento di preoccupazione per molti osservatori internazionali. E allora proviamo a rispondere alla domanda: che succede a questa legislatura se il prossimo autunno (la data del referendum sarà resa nota il 26 settembre) dovesse vincere il No? Alcuni punti fermi ci sono e vale la pena metterli insieme.

 

Prima questione: Renzi si dimetterà? In un’intervista a questo giornale, lo scorso giugno, il premier disse che “se il referendum andrà male continuerò a seguire la politica come cittadino libero e informato, ma cambierò mestiere”. E’ cambiato qualcosa rispetto a questa affermazione? In parte sì. In caso di sconfitta Renzi ha intenzione di dimettersi da presidente del Consiglio ma non ha intenzione di dimettersi da segretario del Pd. E questa scelta ha un’implicazione importante: non ci sarà nessun governo, dopo quello attuale, che potrà nascere senza l’assenso del segretario del partito più forte del Parlamento (ovvero lo stesso Renzi).

 

In caso di dimissioni di Renzi ci sono dunque tre scenari possibili: un nuovo governo Renzi, un governo di scopo costruito per modificare la legge elettorale, le elezioni anticipate. I primi due scenari sono semplici da immaginare, il terzo lo è un po’ meno. Non per ragioni politiche (le elezioni anticipate sono da sempre una carta nella tasca di Renzi) ma solo per ragioni tecniche. In caso di No al referendum costituzionale l’Italicum (entrato in vigore il primo luglio 2016) resterebbe in piedi così com’è (salvo variazione della Consulta) ma varrebbe solo per la Camera e non per il Senato (che senza riforma costituzionale continuerebbe a esistere).

 

Dunque come si fa? Si userebbero due leggi elettorali: l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato. L’Italicum è un proporzionale con soglia di accesso al 3 per cento per le liste e con premio di maggioranza che scatta per la lista che arriva al 40 per cento al primo turno o che vince il ballottaggio. Il Consultellum (legge disegnata dalla Consulta entrata in vigore il 13 gennaio 2014 in sostituzione del Porcellum) è un sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con preferenza unica, sbarramento dell’8 per cento per le liste non coalizzate e del 3 per cento su base regionale per le liste che si presentano in coalizione e che superano il 20 per cento sempre su base regionale.

 

Alla Camera, essendoci il premio, una maggioranza sarebbe certa. Al Senato, essendoci un proporzionale puro, la maggioranza non sarebbe certa. Mesi fa il Pd ha fatto alcune simulazioni per capire cosa servirebbe per avere la maggioranza al Senato proprio con il Consultellum. I calcoli sono stati fatti prima delle amministrative sulla base di sondaggi migliori per il Pd rispetto a quelli di oggi (centrosinistra 35,8 per cento; centrodestra 36,3 per cento; Movimento 5 stelle 20,6 per cento). Con quelle proporzioni il centrosinistra avrebbe 125 voti e gliene servirebbero altri 33 per raggiungere la maggioranza (158).

 

Dunque andare a votare con le due leggi sarebbe possibile (le liste del Pd le farebbe il segretario del Pd e in quel caso non vorremmo essere al posto della minoranza del Pd) ma renderebbe necessaria la nascita di una coalizione con Forza Italia. Resterebbe in questo scenario un’altra ipotesi che non sfugge al presidente del Consiglio: Renzi perde il referendum, si dimette da premier, Mattarella prova a formare un governo tecnico capace di traghettare il paese alla fine della legislatura. Quest’ipotesi Renzi non ha intenzione di prenderla in considerazione e si potrebbe verificare solo a una condizione: che il presidente della Repubblica sia disposto ad accettare l’esplosione del Pd con la fuoriuscita di un fronte in grado di far nascere un nuovo governo (modello Ncd 2013).

 

Comunque andrà a finire il referendum, dunque, sarà chi guida il fronte del Sì (Renzi) a dare le carte. E’ uno scenario di grandi convulsioni politiche. Difficile, non probabile ma non più impossibile come poteva essere qualche mese fa.

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