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Il contratto che il M5s impone ai suoi sindaci è incostituzionale

Nessun giudice imporrebbe mai a un amministratore non allineato di pagare 150 mila euro. La legge esclude ogni indennizzo.

15 Settembre 2016 alle 13:11

Il contratto che il M5s impone ai suoi sindaci è incostituzionale

Virginia Raggi (foto LaPresse)

Il Corriere della Sera di lunedì ha pubblicato un articolo di Pierluigi Battista che stigmatizza il contratto che la sindaca Raggi ha sottoscritto con il Movimento cinque stelle nel quale è prevista una sanzione risarcitoria ove la sindaca non rispetti le direttive impartite dal suddetto accordo. “Un contratto capestro che prevede pure una multa di 150.000,00”. In realtà, più che un contratto capestro è un negozio giuridico avente causa illecita.

 

Fuori dal parlar giuridichese, il nostro ordinamento giuridico non tutela la libertà contrattuale dei privati allorché essa si esprima con contratti contrari a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume (art. 1343 codice civile). E’ evidente che non potrebbe pretendersi l’esecuzione di un contratto concluso per la vendita di parte (ovvero di organi) del nostro corpo. Così come non potrebbe azionarsi in tribunale un accordo volto a esercitare la prostituzione corrispondendo i ricavi ad altra persona. E’ un’assoluta novità che la persona eletta a una carica politica – il sindaco – sia legata contrattualmente a determinati comportamenti pretesi dal movimento o partito che l’ha candidata. Lo Statuto del partito può legittimamente pretendere – senza necessità di alcun contratto – che l’eletto rispetti i programmi, le idee, le direttive impartite da quella associazione. Ma la sanzione per l’inottemperanza consiste solo nell’esclusione dal partito o dal movimento, che è una privata associazione che può legittimamente prevedere regole per l’adesione e per l’esclusione.

 

Non è possibile ipotizzare anche una sorta di risarcimento di danni, ovvero un indennizzo o qualsiasi altra forma di sanzione pecuniaria per la violazione delle regole e delle direttive provenienti dal movimento e oggetto del contratto. Ciò perché sarebbe violata la libertà costituzionale di chi è eletto alla funzione pubblica, che deve essere esercitata in autonomia nel rispetto dei princìpi costituzionali di imparzialità e buon andamento. La norma costituzionale è evidentemente imperativa, attenendo al corretto funzionamento di un organo elettivo, e non può essere disattesa dalla privata volontà di un movimento politico. Insomma, una clausola “capestro” per chi sia eletto a funzioni pubbliche è giuridicamente illecita. Quindi la Raggi può stare tranquilla.

 

Ove non dovesse ottemperare a quello scriteriato contratto da lei sottoscritto verrebbe allontanata dal Movimento, ma nessun giudice della Repubblica la condannerebbe a pagare i 150.000,00 euro. Queste elementari nozioni giuridiche, che ho cercato di semplificare al massimo e me ne scuseranno i lettori più avvertiti in codice e pandette, avrebbero dovuto essere a conoscenza anche di qualche giurista del Movimento cinque stelle e, se tale informazione tecnica e di buon senso fosse mancata, mi verrebbe da dire: nelle mani di chi siamo?

 

Titta Madia è avvocato e sostenitore di Fino a prova contraria. L’articolo è tratto dal sito finoaprovacontraria.it

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