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La natura infida di Roma non è una scusa per il disastro grillino. Peggio ancora è chi gli liscia il pelo

Si salva solo Chiara Appendino, che strappa una misera sufficienza. Il resto del grillismo al governo è da cestinare. La Città eterna non aiuta, capitale non-capitale. Ma il fondo lo toccano i saltimbanchi del circo mediatico. Il Pagellone di Lanfranco Pace alla settimana politica.

10 Settembre 2016 alle 06:18

La natura infida di Roma non è una scusa per il disastro grillino. Peggio ancora è chi gli liscia il pelo

Beppe Grillo (foto LaPresse)

I CINQUE STELLE E QUEI CHIERICI CHE LISCIANO IL PELO

 

Doveva essere il banco di prova delle capacità dei 5 Stelle di governare il paese: quel che sta succedendo si commenta da solo.

 

La Raggi non è piovuta da un altro pianeta, prima di essere eletta sindaco è stata consigliere comunale per tre anni, sa o dovrebbe sapere come funziona la macchina amministrativa della capitale. Quando si è candidata sapeva che la vittoria era non dico certa ma altamente probabile, tutti i sondaggi erano concordi. È mai possibile che si sia fatta prendere così alla sprovvista, che abbia iniziato il mandato senza uno straccio di idea, senza nessun punto forte del programma e senza un abbozzo di squadra di governo? Come mai in tanto tempo non è riuscita a selezionare collaboratori e tecnici esperti nei vari campi? Il tanto criticato Giachetti la sua squadra l’aveva presentata giorni prima del voto e s’era fatto rilasciare un labello preventivo di legalità.

 

Il consenso elettorale dei 5 Stelle affonda anzitutto nelle fasce deboli della popolazione romana, nelle periferie, in quartieri come Tor Bella Monaca e Labaro ma anche in quartieri borghesi benestanti dove le competenze potrebbero anche esserci. In realtà non le hanno nemmeno cercate perché il settarismo li porta a diffidare di chiunque, qualcuno non ricordo chi li ha paragonati a Scientology.

 

Quando chiesero alla candidata quali fossero le sue priorità rispose che sarebbero stati i cittadini a scegliere.

 

L’anti-politica se pretende di farsi politica si rivela per quello che è: un mix di avventurismo sguaiato e di irresponsabilità morale.

 

Le divisioni all’interno del movimento passano in seconda linea: i problemi si sarebbero manifestati comunque, magari un sindaco più quadrato o avveduto, ad esempio Chiara Appendino (voto 6), avrebbe evitato magre figure ma la sostanza non sarebbe cambiata. Non ha molto senso dunque mettersi a scavare, a indagare per capire chi e perché ha fatto uscire la mail inviata a Di Maio, se la Ruocco e la Taverna e la Lombardi ce l’hanno o no con la sindaca, se Di Maio è in discesa e il Di Battista in ascesa o viceversa, come se nel movimento esistesse una dialettica politica razionale: sono quisquilie ma se i media le considerano così importanti da farci aperture su aperture di giornali e telegiornali, decine di commenti, vuol dire che non siamo alla frutta ma come dicono in Toscana direttamente al torso.

 

Un aspirante leader nazionale che prima dice di non essere stato informato, poi dice di sì che sapeva, che ha letto ma non ha capito bene quello che ha letto, infine si scusa davanti ai suoi amici, non s’era mai visto nella storia universale della politica. Uno così non merita più alcuna attenzione.

 

E poi questa storia dei poteri forti. Che a Roma è uno, il Caltagirone e il suo giornale, visto che l’altro potere, un po’ più potente a dire il vero, la Chiesa, si sta dimostrando quanto mai friendly con i nuovi arrivati.

 

Tre mesi possono bastare. Ma ne seguiranno altri e non ci si può fare nulla. Checché se ne dica Grillo e il Movimento non possono fare a meno della Raggi, non possono espellerla, farle fare la fine di Pizzarotti: né possono farla sfiduciare dai consiglieri, non è archiviabile come errore di casting, il Pd ha potuto farlo con Ignazio Marino perché aveva altre carte in mano e altre vetrine a disposizione, i 5 Stelle no. Hanno già perso quattro punti di fiducia, un’enormità in poche settimane: se la Raggi venisse espulsa o estromessa il colpo all’immagine sarebbe fatale.

 

ROMA REALE

 

Il bagno di realtà significa anche riflettere sulla vera natura di Roma, che è insieme splendida e infida cloaca. Quasi quattro milioni di abitanti si muovono in un’economia terziaria sui generis che non ha veri servizi, non ha piazze finanziarie né centri di ricerca e sviluppo, ha trasporti che nemmeno nel terzo mondo, c’è invece tanto commercio al dettaglio indifferenziato, una platea che combatte ogni giorno la guerra dei permessi e delle licenze. Roma vive di pubblico. L’azienda che occupa più forza lavoro è il comune. La politica in ogni sua forma è essenziale alla sopravvivenza di chiunque non sia lavoratore dipendente e abbia un’attività. Questo e solo questo è la causa prima della corruzione, il brodo di coltura di consorterie e associazioni a delinquere piccole o grandi.

 

Serve olio per ungere, bustarelle per accelerare, per ottenere che in tempi non geologici vengano riconosciuti quelli che altrove sono considerati e trattati come diritti del cittadino. E ci sono gli interstizi: la città del cinema, la fiction che esce di notte perché così sembra grande la bellezza, e poi bancarelle, cocomerai, camion bar, paninari, pizzettari, vetturini, centurioni.

 

E’ un ammasso di laissés-pour-compte della globalizzazione, donne e uomini che stanno fuori dalla competizione mondiale e lì vogliono rimanerci, l’unica concorrenza tollerata (per ora) sono i kebabbari e i ristoranti esotici. Difficile con queste premesse fare salire Roma al rango di capitale europea e meno ancora di città mondo. Il rifiuto da parte della giunta di farci disputare i Giochi del 2024 è un ulteriore handicap, forse quello definitivo.

 

I CHIERICI

 

Più colpevoli dei 5 Stelle sono i loro avversari. E i tanti chierici che per calcolo, per piccolo interesse di bottega gli hanno lisciato il pelo per anni.

 

E’ Renzi il primo ad aver accettato il controllo a distanza da parte della magistratura e a pavidamente nascondere la politica dietro Cantone e l’Anac. E’ Rosi Bindi che si è arrogato il diritto di rilasciare lo sta bene di legalità alle liste elettorali: la Raggi con la smania di trovare toghe per il suo gabinetto ha solo seguito la scia. E’ il Pd che grillando grillando ha cominciato a dire che le sentenze della magistratura sono sacre ritrovandosi impigliato in comportamenti contraddittori. Fratelli d’Italia e Lega si sono accodati, l’approccio garantista (per sé ma anche per i suoi avversari) di Berlusconi è svanito nel nulla.

 

Nessuno ha avuto la forza di mettere un argine alla deriva. Nessuno ha detto che ragliare sugli stipendi degli altri è di cattivo gusto e sintomo di un travaso di bile, il Pd fissando tetti alle remunerazioni e con la scusa di redistribuire la ricchezza ha accettato supinamente il pauperismo come filosofia di vita.

 

I saltimbanchi del circo mediatico hanno fatto il resto. Il Fatto e il suo direttore, specialisti in garantismo à la carte, è riuscito a dire che i reati eventualmente imputati all’assessora Muraro sarebbero “minori, non disdicevoli, nulla di cui vergognarsi”. E poi non è grave, la Raggi non l’hanno presa con le mani nel sacco, non ha rubato: è questo grado zero della morale in politica che sta ammorbando il paese.

 

Travaglio e Freccero hanno spiegato il travolgente successo dei 5 Stelle nella capitale con il fatto che tutti quelli di prima avevano rubato. Chi avrebbe rubato? Marino? Veltroni? Rutelli? Metto le mani sul fuoco anche sull’assoluta onestà personale di Alemanno. Una cosa è governare, male o bene, una cosa è non accorgersi di avere bubboni e focolai infettivi alla porta accanto e altra cosa è rubare. Che Travaglio e Freccero (voto 3) avallino una ricostruzione tanto rozza della storia recente di Roma rafforzando un pensiero primitivo espresso con le trippe, dovrebbe inquietarci più dei surreali sproloqui di un oratore da lungomare. Se un allievo è da bocciare la colpa è quasi sempre di professori asini.

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