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Padroni del foro, maestri della lagna

Come previsto il governo Renzi ha deciso il trattenimento in servizio dei magistrati direttivi di Cassazione, Consiglio di stato, Avvocatura e Corte dei Conti: circa 200 toghe per le quali sarebbe scattato il pensionamento a 70 anni invece che a 75 stabilito dalla legge del 2014.

31 Agosto 2016 alle 06:18

Padroni del foro, maestri della lagna

Piercamillo Davigo ospite a "2Next" (foto LaPresse)

Come previsto il governo Renzi ha deciso il trattenimento in servizio dei magistrati direttivi di Cassazione, Consiglio di stato, Avvocatura e Corte dei Conti: circa 200 toghe per le quali sarebbe scattato il pensionamento a 70 anni invece che a 75 stabilito dalla legge del 2014 (assieme alla riduzione delle ferie da 45 a 30 giorni), il che secondo l’Anm, l’organismo sindacale della magistratura, avrebbe prodotto buchi di organico a cascata. Si poteva agire in modo più mirato lasciando in carica solo presidenti e procuratori generali per garantire la continuità di vertice, oppure cedere alle lamentele di capi delle procure come Francesco Greco di Milano e Giovanni Colangelo di Napoli, che accusano il governo di “declino procurato”, o di Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, il quale da una parte attacca le deroghe annuali (“il governo ci vuole con il cappello in mano”) chiedendo di assumere più magistrati giovani, e dall’altra reclama di alzare l’età pensionabile a 72 anni per tutti. Restare in servizio significa stipendi e future pensioni più ricchi; la categoria però si fa scudo dell’impossibilità, altrimenti, di smaltire i processi. Eppure è il Csm, organo di autogoverno, che rallenta i rimpiazzi, come nel 2015 quando organizzò il bando con un anno di ritardo. Ma soprattutto i dati dimostrano che non c’è un nesso diretto tra organici, pensioni e funzionamento della giustizia.

 

Uno studio per il Mulino di Daniela Piana dell’Università di Bologna, pubblicato dal Foglio il 28 giugno, osserva che “Palermo ha una scopertura dell’organico togato dell’11 per cento, Milano del 16: i tempi medi di Palermo sono 436 giorni, quelli di Milano 229”. Ora arriva uno studio (datato 22 luglio) dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) che esamina i tempi della giustizia civile nei paesi Ocse: l’Italia “vanta” il record mondiale in tutti i gradi di giudizio, con 564 giorni per una sentenza in primo grado, 1.113 in appello, 1.188 in Cassazione. Totale, quasi otto anni. Cifre che si confrontano con una media Ocse di due anni (238 giorni il primo grado, con performance di 107 in Giappone, 130 in Svizzera, ma anche 155 in Grecia). Lo studio del Upb smonta anche un’altra lamentela della magistratura, affermando che non c’è un legame tra le risorse destinate alla macchina giudiziaria e il suo funzionamento: “Il Giappone stanzia meno dell’1 per cento del pil; Italia, Svizzera e Repubblica Ceca il 2 per cento, ma l’Italia ha la durata dei processi quattro volte superiore”. Ah, a proposito di correlazioni statistiche che vengono ignorate dai magistrati impegnati a difendere le prerogative della categoria: gli otto anni per ottenere da noi una sentenza definitiva si riferiscono al 2010, quando i magistrati andavano in pensione a 75 anni.

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