cerca

Nel clima “Big Society” post sisma i governatori tengono buono Salvini

Il pragmatismo di Maroni e Zaia punta sull’autonomia di intervento delle regioni, non sul populismo “contro”. Per il centrodestra, e per la Lega salviniana in particolare, lo spazio a disposizione tra la tattica di aprire a una disponibilità istituzionale, ma senza dare un’eccessiva impressione di cedevolezza da unità nazionale, è però stretto. La proposta della no tax area.

31 Agosto 2016 alle 10:02

Nel clima “Big Society” post sisma i governatori  tengono buono Salvini

Roberto Maroni (foto LaPresse)

Milano. Terra non immune, ma incrociando le dita scarsamente sismica, la mitologica entità un tempo denominata Padania è però zona ipersensibile a ogni scossa e assestamento della politica. Per linee di faglia esterne e interne, si potrebbe dire. Come è stato rilevato un po’ da tutti, le reazioni al terremoto del 24 agosto da parte della politica sono state insolitamente sobrie, improntate a uno spirito (ri)costruttivo di collaborazione e di sostegno al governo. Da parte del centrodestra, Silvio Berlusconi in testa, memore delle polemiche ostili nei giorni del sisma dell’Aquila, è arrivata la disponibilità a sostenere ogni iniziativa utile.

 

E all’interno del centrodestra anche il partito che maggiormente predica l’opposizione dura, la Lega, ha registrato il clima e mandato indicazioni di tono sensibilmente diverso rispetto, ad esempio, a certe sguaiatezze del M5s (ieri il blog di Grillo chiedeva “risposte concrete e sensate e non contentini”), per quanto non prive di qualche contraddizione. Il giorno dopo il sisma, Roberto Calderoli aveva tenuto un punto della distanza: “Oggi è doveroso piangere i morti ed essere vicini alle popolazioni colpite, ma se la politica non si renderà conto della situazione…”, eccetera. Matteo Salvini, pur avendo espresso “giudizio negativo” sulle prime mosse del governo, ieri presentava una Lega “pronta ad aiutare e a collaborare con tutti… ma non a guardare in silenzio il ripetersi di vecchi errori”.


Matteo Salvini rimane fedele alle parole d’ordine populiste del suo movimento, avverte che la Lega farà la guardia contro “sprechi e ruberie”; ma allo stesso tempo non rinuncia a offire un’immagine propositiva, coerente con la sua visione oltranzista. Alla riapertura del Parlamento, ha annunciato ieri il capogruppo alla Camera Massimiliano Fedriga, la Lega depositerà una proposta per istituire una no tax area di tre anni nelle zone colpite dal sisma. Una proposta avanzata già in altri casi, senza esiti positivi.  

 

Per il centrodestra, e per la Lega salviniana in particolare, lo spazio a disposizione tra la tattica di aprire a una disponibilità istituzionale, ma senza dare un’eccessiva impressione di cedevolezza da unità nazionale, è però stretto. Ad esempio il Cav. ieri ha dovuto circoscrivere il senso della sua apertura che, ha scritto la sua segreteria,  non va “al di là della doverosa disponibilità di Forza Italia a votare in Parlamento eventuali provvedimenti a favore delle popolazioni gravemente colpite dal terremoto”. In questo piccolo balletto è interessante notare lo spazio autonomo di manovra che ancora una volta si stanno ritagliando i governatori del Carroccio, rappresentanti di una Lega di governo che quasi naturalmente si trova su posizioni più realiste di quelle del segretario. A partire da Roberto Maroni – che attende prudente l’incontro di giovedì della Conferenza stato-regioni e con il capo dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio.

 

Il governatore lombardo è stato tra i primi a esprimere soddisfazione per la (possibile) nomina di Vasco Errani a commissario per la ricostruzione delle aree colpite: “Ci siamo anche già sentiti. Sono lieto della sua nomina”, ha detto. Nel frattempo, il segretario del suo partito definiva la scelta di Errani “una follia”: “Il fallimento e la lentezza della ricostruzione in Emilia non si devono ripetere”. E ha proposto invece per l’incarico il prefetto Francesco Paolo Tronca. Il diverso giudizio di Maroni nasce da un rapporto pragmatico con l’ex presidente emiliano: “Io, da presidente, mi sono ritrovato con la Lombardia che dopo il terremoto del 2012 aveva ottenuto una percentuale di risarcimento inferiore a quella che ci spettava, mentre l’Emilia ottenne di più – ha detto Maroni – Ne abbiamo parlato e Errani ha accettato la redistribuzione dei successivi risarcimenti. Non ho motivi per essere ostile alla nomina”. Il governatore ha anche ricordato che “la Lombardia si è subito attivata per realizzare iniziative concrete a sostegno delle popolazioni colpite”.

 

Pragmatico e silenzioso anche Luca Zaia, che ieri ha accettato una proposta avanzata dai sindacati per rendere possibile la donazione volontaria di un’ora di lavoro da parte di tutti i dipendenti regionali per contribuire alla ricostruzione delle aree del Centro Italia devastate dal sisma, mandando così un segnale politico sulla disponibilità del suo Veneto a “fare squadra”. Fermo restando il credo autonomista della sua visione, persino in tema di donazioni. Zaia nei giorni scorsi ha fatto sapere quali saranno i criteri della regione Veneto: “Faremo riferimento ai sindaci dei comuni colpiti dal sisma, garantendo così di portare quei soldi direttamente a chi ha bisogno, senza spese, senza intermediari. Porteremo ai comuni terremotati i fondi che raccoglieremo nel conto corrente appena istituito dalla regione”. L’idea è di saltare il più possibile le intermediazioni tra fondi e spesa, metodo seguito nell’alluvione in Veneto nel 2010. Le barriere non valicabili della collaborazione nazionale per i leghisti restano nette.

 

Nei giorni scorsi Luca Zaia era ad esempio intervenuto sul tema del referendum costituzionale, e in particolare sui numerosi contenziosi in essere tra stato e regioni, rilanciando le critiche all’impostazione poco federalista, a suo avviso, del nuovo assetto previsto. Ai molti contenziosi, ha detto, “hanno senz’altro contribuito le incompiute riforme federaliste attuate finora (leggero mea culpa, ndr), ma certamente la riforma costituzionale di Renzi può solo peggiorare la situazione, perché fa sì che non sia la Calabria a diventare come il Veneto ma viceversa”. La scelta di tutelare al massimo l’autonomia del proprio contributo regionale a un’emergenza di carattere nazionale come quella del sisma indica la non disponibilità a cambiare idea sul referendum. Ma la linea pragmatica dei governatori leghisti sembra destinata a incidere anche su quella del segretario federale.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi