Il quarto stato, di Pellizza da Volpedo

Anche l'Espresso scopre che un po' di sano populismo fa bene alla politica

Alfonso Berardinelli
Populismo è la parola magica con cui una sinistra debole o sconfitta cerca di consolarsi e di giustificarsi snobisticamente. Populismo buono o cattivo che sia, sta di fatto che le maggioranze (le masse? i popoli?) sono in rivolta, disprezzano i partiti, le impotenti élite del potere e le istituzioni politiche da loro occupate.

Ho letto in un editoriale di Marco Damilano sull’Espresso – “(Non) andiamo a comandare”, 14 agosto 2016 – due frasi utili. La prima è: “Gli elettori in rivolta… vanno ascoltati, interpretati, capiti”. La seconda: “Le élite si contendono un potere sempre più impotente”. Alla seconda affermazione si dovrebbero far seguire almeno due domande: 1) dove è che il potere è impotente? e 2) dove si è rifugiato (se non è nelle élite) il potere che può? E’ sicuro che nessun potere politico, in definitiva, è onnipotente, neppure quello dei grandi dittatori, che a forza di paranoie del potere assoluto non vedono la realtà, non ascoltano gli altri e prima o poi sono travolti dai fatti e dal proprio dèmone distruttivo. Ma è anche vero che il potere è un dio duro a morire e quando vede che la politica dei politici non è uno strumento soddisfacente, ne afferra altri: si impadronisce per esempio dei cittadini elettori e li trasforma in non-elettori ribelli ai partiti e devoti solo al consumo di merci gratificanti (tutti con lo smartphone in mano 24 ore su 24 e 7 giorni la settimana, senza che nessuno glielo abbia ordinato).

 

Anche il popolo è duro a morire, benché non somigli in niente e da tempo né al popolo di Mazzini né al proletariato di Marx. Ecco perciò il tema, quello dell’altra frase: “Gli elettori in rivolta vanno ascoltati, interpretati, capiti”. E così siamo al cosiddetto populismo, con il quale la sinistra, da troppo tempo e a caro prezzo, non riesce a fare i conti. Populismo è infatti la parola magica con cui una sinistra debole o sconfitta cerca di consolarsi e di giustificarsi snobisticamente.
Proprio di questo ha parlato Luca Ricolfi in un lungo articolo sul Sole24Ore sempre del 14 agosto intitolato “Il vento populista che soffia sul mondo”. Ormai da trent’anni è in crescita la diffusione dei populismi nei più diversi paesi, dalla Scandinavia al Mediterraneo, dall’Europa occidentale a quella orientale, per non parlare del continente America sia del sud che del nord. “Così”, dice Ricolfi, “il populismo è diventato uno dei fenomeni più attentamente monitorati dai media e uno dei temi più aspramente dibattuti dagli studiosi di scienza politica” (molto spesso, mi sembra, degli illusi proprio nella loro pretesa di rappresentare una “scienza”).

 

Populismo buono o cattivo che sia, sta di fatto che le maggioranze (le masse? i popoli?) sono in rivolta, disprezzano i partiti, le impotenti élite del potere e le istituzioni politiche da loro occupate. La politica non sa governare lo strapotere dell’economia, non sa moderare il suo selvaggio impatto sociale: e il prezzo di questa insipienza o subalternità del politico all’economico viene fatto pagare alle maggioranze, che perciò diventano “populiste”. Così è avvenuto nelle elezioni in Austria (che hanno premiato la destra xenofoba) e nel referendum sulla Brexit (che ha premiato un nazionalismo autodifensivo e isolazionista). Che si tratti dall’austerità imposta alla “gente” a vantaggio dei “conti” da mettere in regola, o che si tratti della retorica moraleggiante per la “accoglienza” di tutti i migranti, la somma di crisi economica e paura dello straniero (sempre da prevedere e mai troppo innaturale) fa crescere sia il populismo di sinistra (ridateci i soldi!) che quello di destra (fateci vivere tranquilli a casa nostra!), sia infine (ed è la cosa più interessante) un populismo che non è di destra né di sinistra, o è nello stesso tempo tutte e due le cose: è cioè la realtà sociale stessa “prima” di ogni interpretazione e rappresentanza in termini di schieramento politico.

 

E’ questa la ragione per cui i partiti non sanno che fare e diventano ibridi. Cercano di allungare le mani da una parte e dall’altra, a destra e a sinistra, per non perdere la presa su un elettorato o popolo impoverito e impaurito. I partiti promettono perciò di offrire una cosa che non riescono più ad avere loro stessi: efficienza decisionale di governo. Cioè, sia potere che onestà: in politica, una specie di quadratura del cerchio. Il populismo (cosiddetto, in tono dispregiativo) è però una questione che si trascina da un quarto di secolo, sebbene l’abuso sempre più acritico del termine sia recente (non troppo comunque: risale ormai alla prima vittoria di Berlusconi nel 1994). Populismo è l’altra faccia del politicamente corretto. In altri termini: se vuoi essere sempre politicamente corretto finisci per uscire dal senso comune e ignori i primari istinti sociali delle maggioranze, cosa che in democrazia è proibito.

 

Dunque “gli elettori in rivolta vanno ascoltati, interpretati, capiti”, ora lo capisce perfino l’Espresso. Cioè, più populismo fa bene ai partiti, non solo per farli vincere alle elezioni, ma per renderli migliori, più attenti a quello che sta succedendo nelle nostre società. Parafrasando un’antica formula degli alchimisti e poi degli scienziati moderni (Non nisi parendo natura vincitur), i difetti del populismo si possono correggere solo se si diventa più populisti.

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