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Tra virgolette

L’Europa muore se rottama comunità e nazioni, dice il libertario Hoppe

Il filosofo tedesco sostiene che "i partiti dell’Europa occidentale utilizzano le consultazioni elettorali per tassare le persone produttive a beneficio delle persone improduttive. Allo stesso tempo l’Ue acclama il multiculturalismo come indiscutibilmente ‘buono’ e ridicolizza l’idea di nazione".

9 Agosto 2016 alle 10:23

L’Europa muore se rottama comunità e nazioni, dice il libertario Hoppe

Foto Fdecomite via Flickr

Roma. “Tutti i principali partiti politici dell’Europa occidentale, quale che sia il loro nome o la loro piattaforma programmatica, sono oggi devoti alla stessa idea fondamentale di socialismo democratico – ha detto Hans-Herman Hoppe, filosofo tedesco, in una lunga intervista al settimanale polacco Najwyzszy Czas! – Questi partiti politici utilizzano cioè le consultazioni elettorali per legittimare una sola prassi: tassare le persone produttive a beneficio delle persone improduttive. Impongono balzelli alle persone, che hanno guadagnato il proprio reddito o accumulato la propria ricchezza producendo beni e servizi acquistati liberamente da altre persone, e poi redistribuiscono il bottino confiscato a loro stessi, allo stato democratico che controllano o sperano di controllare e ai loro alleati, sostenitori o potenziali elettori. I partiti al potere si rifiutano di chiamare questa politica con il suo vero nome: essa consiste nel punire le classi produttive e nel premiare quelle improduttive. Effettivamente non suona bene. Perciò pescano nel sentimento popolare di invidia e dichiarano di tassare i pochi ‘ricchi’ per sostenere i molti ‘poveri’. In realtà con questa politica rendono più povero un numero crescente di persone produttive e accrescono il numero di persone improduttive relativamente più ricche”.

 

Hoppe, addottorato in Germania con Jürgen Habermas, si è trasferito nel 1986 negli Stati Uniti, dove è stato folgorato dal libertarianism di Murray N. Rothbard (1926-1995), e in questo suo recente intervento concentra le proprie critiche sulla situazione “economica e morale” del continente europeo. “L’Unione europea è il primo passo verso la creazione di un Super-Stato europeo”, “fin dall’inizio, e nonostante i proclami altisonanti che promettevano il contrario, l’Ue non è mai stata una questione di libero scambio e libera competizione. Per raggiungere questi obiettivi, infatti, non hai bisogno di decine di migliaia di pagine di leggi e regolamenti! Piuttosto il fine principale dell’Unione europea, in questo con il sostegno degli Stati Uniti, è sempre stato l’indebolimento della Germania nel suo ruolo di locomotiva economica del continente”. Il filosofo libertario, a proposito del ruolo di Berlino, è schierato con quelli che sono chiamati “falchi” dell’ortodossia ordoliberale: no alla mutualizzazione dei rischi, no a un tetto all’export made in Deutschland, no alla politica monetaria ultra espansiva. Meno mainstream il suo riferimento alle tre forme di “perversione” di cui soffre il Vecchio continente. Primo, il desiderio di “armomizzare tutto”, dal fisco alle leggi, per ridurre il tasso di concorrenza. Secondo, la replica delle politiche parassitarie nazionali a livello comunitario, con il tentativo di far pesare sui paesi più forti le manchevolezze dei paesi mediterranei. In terzo luogo: “Per superare la resistenza che cresce in vari paesi di fronte al progressivo trasferimento di sovranità verso Bruxelles, l’Ue ha avviato una crociata per erodere, e alla fine smantellare, tutte le identità nazionali e tutte le forme di coesione sociale e culturale. L’idea di nazione, così come quella di differenti identità nazionali o regionali, viene ridicolizzata. Il multiculturalismo invece è acclamato come indiscutibilmente ‘buono’”, dice l’autore del saggio “Democrazia: il dio che ha fallito” (pubblicato in italiano da Liberilibri).

 

Allo stesso tempo l’Ue promuove “privilegi legali e protezioni speciali per chiunque, eccetto che per i nativi europei, gli uomini eterosessuali e in particolare quelli sposati con famiglia (tutti dipinti come storici ‘oppressori’ che devono fornire una qualche compensazione alle loro altrettanto storiche ‘vittime’), chiamando eufemisticamente tutto ciò ‘politiche anti discriminazione’, e finendo per minare il naturale ordine sociale”. Secondo Hoppe, gli Stati Uniti si sono incamminati sulla stessa strada, anche se al momento in quel paese sono in numero maggiore i difensori del libero mercato e sono meno pervasive le maglie del diritto che tutto regola. Che fare, dunque? Innanzitutto riconoscere il vero volto dell’Unione europea. Dopodiché, “i cittadini devono sviluppare una visione chiara dell’alternativa possibile all’attuale palude: non un Super-Stato europeo e nemmeno una federazione, ma un’Europa fatta di migliaia di Lichtenstein e di cantoni svizzeri, uniti grazie al libero commercio, in concorrenza tra di loro nel tentativo di offrire le condizioni più attraenti per le persone produttive che vorranno restarvi”. In conclusione, cari europei, “non riponenete la vostra fiducia nella democrazia, ma nemmeno nella dittatura. Piuttosto, sperate in un decentramento politico radicale, non solo nelle lontane India o Cina, ma ovunque”.  

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