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“Il blocco mediatico-giudiziario non è una favola, l’ho vissuto su di me”, dice Penati

L'ex presidente della provincia di Milano (ancora assolto) parla della carriera del pm Walter Mapelli e oltre. “Da Tangentopoli in avanti, è sempre stato così. Il circuito si autoalimenta nei giornali, nei talk-show e nelle procure. Si inventano teoremi e reati che non esistono, si edificano castelli di suggestioni".

16 Luglio 2016 alle 06:23

“Il blocco mediatico-giudiziario non è una favola, l’ho vissuto su di me”, dice Penati

Filippo Penati (foto LaPresse)

Roma. Ancora prima di commentare con il Foglio la promozione, da parte del Consiglio superiore della magistratura, a capo della procura di Bergamo dell’ex pm di Monza Walter Mapelli, che bucò clamorosamente l’inchiesta sul “sistema criminale Sesto San Giovanni” ricevendo dai giudici di primo grado una dura reprimenda per “superficialità”, “lacunosità”, “estraneità della ratio del processo accusatorio al nostro sistema penale e costituzionale che si basa sul principio della presunzione d’innocenza”, Filippo Penati domanda: “Ha visto l’intervista di Mapelli al Cittadino? L’ho messa su Facebook”. E dunque eccolo Mapelli sul quotidiano online di Monza e Brianza. Titolo: “I miei 40 anni in città, da Tangentopoli ad oggi”, foto in bianco e nero da pretore d’assalto, domande tipo “Cirio, Impregilo, bancarotta Bburago, riciclaggio Imi Sir… Qual è la sua inchiesta migliore?”. Ma neppure una virgola sull’assoluzione (con censura) di Penati. “In quanto il fatto non sussiste”. E con la stessa motivazione ancora ieri la procura milanese, dove era stato trasferito un filone dell’inchiesta, ha chiesto un’altra assoluzione definendo quanto accertato a Monza “non idoneo a sostenere l’accusa”.

 

Penati un po’ ci scherza, però lui, ex presidente della provincia di Milano ed ex capo della segreteria di Pier Luigi Bersani allora leader del Pd, ha avuto rovinata la vita pubblica e privata, mentre il suo inquisitore si ritrova con una carica, una sede e una retribuzione di rango superiore. “Io però parto da quest’ultimo esempio, tutto sommato piccolo, per osservare come il blocco mediatico-giudiziario non sia una frottola, come invece dicono molti magistrati e molti giornalisti che vivono in simbiosi con loro”, dice. “Da Tangentopoli in avanti, è sempre stato così. Il circuito si autoalimenta nei giornali, nei talk-show e nelle procure. Si inventano teoremi e reati che non esistono, si edificano castelli di suggestioni tipo ‘sistema corruttivo’, ‘fiumi di tangenti’, ‘cricca’, connessioni che non stanno in piedi con il riciclaggio, magari con la mafia. Se poi, come è capitato a me, si mette un microfono addosso a chi doveva intercettarmi e l’intercettazione fallisce, ecco che per la procura è colpa mia e mi trovo ‘delinquente abituale’. Ma si rende conto?”.

 

Ma perché chi sbaglia non paga, anzi riceve il premio? “E’ un’altra testimonianza dello squilibrio di poteri che oggi c’è in Italia. Il fatto è che la magistratura, sia nell’immaginario collettivo, sia sui media, sia per gli stessi organismi giudiziari fino a un certo grado, ‘è’ l’accusa. La sua ragion d’essere non è il giudizio, sono le procure. Le faccio un esempio pop. Conosce il ‘Giudice Mastrangelo’”? A dire la verità no. “E’ una serie tv di qualche anno fa con Diego Abatantuono. Mastrangelo però è un procuratore: eppure diviene ipso facto un giudice”. In una fiction americana non sarebbe possibile. “No di certo!”.

 

A un convegno del Foglio il 15 giugno, Giovanni Canzio, primo presidente della Cassazione, ha detto: “Il processo mediatico mi preoccupa perché è incentrato sulle indagini preliminari, cioè su ipotesi e imputazioni, e rischia di formare consensi e aspettative nella collettività che possono mettere in discussione la terzietà del giudice che deve effettivamente decidere sul caso”. “Canzio centra il problema. Che però non si risolverà senza una riforma del sistema giudiziario. Né senza riportare a responsabilità precise le procure, che oggi hanno poteri illimitati in termini di tempi, messa in piedi di fascicoli, intercettazioni, fondi pubblici. In un filone parallelo al mio relativo all’autostrada Serravalle, c’è un fascicolo, il numero 802, aperto nel 2005 e a tutt’oggi, dopo dieci anni, senza ancora un’imputazione”. Penati riconosce che l’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è più garantista e anche per questo la magistratura militante gli voterà contro al referendum; però anche lui, “soprattutto per via dell’intreccio con la riforma elettorale” è orientato “a un sofferto no”. Ma conclude: “Il fatto è che bisogna avere il coraggio di affrontare il voto ponderando i legittimi interessi. Gli inglesi non l’hanno fatto ed ecco cosa è successo. Non è uno scandalo votare secondo utilità: altrimenti abbiamo una religione senza neppure promessa di paradiso”.

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