cerca

La graticola antirenziana e il difficile fronte sinistro, da Zedda a Orlando

La sinistra-sinistra, che si autodescriveva forte a prescindere in quanto alternativa al Pd del premier-segretario, e invece si ritrova nientemeno che un “documento politico” firmato Massimo Zedda, giovane sindaco di Cagliari (per la seconda volta) ed esponente di Sel.

14 Luglio 2016 alle 14:54

La graticola antirenziana e il difficile fronte sinistro, da Zedda a Orlando

Il ministero di Grazia e Giustizia, Andrea Orlando (foto LaPresse)

Roma. Il miraggio, adesso, non è quel baluginare di immagini illusorie tipico dei deserti e del luglio in autostrada. Il miraggio, ora, presso le casematte politiche del malcontento antirenziano, è la rivoluzione sperata d’ottobre: il “no” che vince al referendum e il premier che si trova a dover fare i conti con la massa dei nemici, sempre più trasversali e sempre più intenzionati a farlo rosolare su un’ideale graticola di piccole tagliole disseminate dietro l’angolo (“magari ce casca”, come si dice a Roma). Ma a ottobre bisogna arrivarci. E il “come” ci si possa arrivare in forze è questione che attraversa sottotraccia le discussioni che ognuno fa tra le mura di casa sua. Ecco per esempio la sinistra-sinistra (o “Sinistra italiana” che dir si voglia), che si autodescriveva forte a prescindere in quanto alternativa al Pd del premier-segretario, e invece si ritrova nientemeno che un “documento politico” firmato Massimo Zedda, giovane sindaco di Cagliari (per la seconda volta) ed esponente di Sel.

 

E Zedda, alla testa di trecento altri firmatari “vendoliani”, come li chiama Repubblica, chiede innanzitutto ai vertici di Sinistra Italiana (Nicola Fratoianni, Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina in testa) di fare “un passo indietro” e di “dimettersi”. Come essere antirenziani senza essere trinariciuti o litigiosi a prescindere, questo è il problema, e Sinistra Italiana, è la tesi del documento, si è mossa in modo “centralistico e irrituale”, a “freddo”, puntando preventivamente su un’unità a sinistra inesistente, quando l’unica strada, già percorsa con successo da Zedda a Cagliari e da Giuliano Pisapia a Milano, è quella del centrosinistra con il Pd. E s’immagina il patema, sabato prossimo, durante l’assemblea di Sinistra Italiana a Roma, dove magari c’era chi pensava di discutere già dell’ottobre rosso di là da venire, e del post-renzianesimo sognato. Ma niente: tocca risolvere prima la grana autoctona. E chi sperava di poter chiudere l’alleanza sotterranea con i malpancisti del Pd dovrà attendere.

 

Anche perché, nel Pd, gli aspiranti componenti di un ipotetico Partito della graticola sembrano crescere di giorno in giorno, anche se ufficiosamente, senza venire del tutto allo scoperto. E non appena metti in conto, tra i possibili soldati in pista per l’eventuale dopo-Renzi, un Dario Franceschini (per non dire dell’ex premier Enrico Letta, sempre visibile in controluce lungo la prima linea dell’antirenzismo), succede che un altro nome si faccia ricorrente, tra quelli degli uomini papabili per la gestione del day after referendario in caso di vittoria del “no”. E il nome che corre  nei Palazzi è quello di Andrea Orlando, ministro della Giustizia con lungo cursus nell’ex Pci-Pds-Ds, già esponente dei cosiddetti Giovani Turchi, poi annoverabile tra le fila di coloro che pazientemente, nel primo anno di governo Renzi, pur non essendo propriamente renziani, si acconciavano, come scriveva Salvatore Merlo su questo giornale, a siglare con il Rottamatore un implicito “Patto della Playstation”, con accettazione del premier-corpo estraneo, ma condizionata allo sperato contenimento dei suoi eccessi rispetto all’understatement di partito.

 

E però poi l’operazione si era per così dire arenata: qualche ministro ex Giovane Turco non andava alla Leopolda, ma soprattutto Orlando, a un certo punto, veniva definito da Renzi (pubblicamente) “pacioso” e “doroteo”, con giudizio sotteso sulla gestione un po’ troppo morbida della riforma della Giustizia. “Non sono un teorico del conflitto a prescindere, ho cercato l’interlocuzione con tutti, andando dai magistrati e dagli avvocati. Sono convinto che il gradualismo sia una componente importante del riformismo…”, diceva allora Orlando. Da lì in poi è stato un intermittente susseguirsi di piccole frizioni: magari non gravi, magari minimizzate. Fino alla comparsa sulla scena dell’ex uomo di Mani Pulite, il Piercamillo Davigo ora presidente dell’Anm. Uomo che con Renzi ha rapporti non proprio distesi e con Orlando dialoghi sempre più sereni (“con il ministro c’è una seria volontà di dialogo e collaborazione”, ha detto Davigo qualche settimana fa, definendo l’incontro avuto con il Guardasigilli  “molto proficuo”).

 

E più la distanza ideologica tra Renzi e Davigo si fa evidente, più lo scambio di vedute Davigo-Orlando si fa rilassata (nomine alla Procura di Milano comprese). Poi, d’un tratto, arriva l’evento in cui tutto sembra tenersi, lungo la direttrice della “graticola”: 20 luglio, ore 17 e 30, piazza Sant’Andrea della Valle, seminario sull’obbligatorietà dell’azione penale in Italia. Partecipanti, tra gli altri: Enrico Letta, Piercamillo Davigo e Andrea Orlando. E  – miraggio o realtà? – il tutto assume un’impalpabile sfumatura d’antirenzismo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi