cerca

Il referendum inglese e il mito democratico

Per andare oltre le tesi consolatorie e semplificatrici sul voto della Brexit, meglio tener conto degli studi empirici esistenti sul nostro cervello, l’irrazionalità razionale e l’altruismo pericoloso. 

5 Luglio 2016 alle 14:20

Il referendum inglese e il mito democratico

Thomas Jefferson presagiva che il popolo, nel nome del quale nasceva l’esperimento politico della democrazia, non fosse in grado di usare intelligentemente le libertà conquistate (foto LaPresse)

Uno dei grandi architetti della democrazia americana, Thomas Jefferson, presagiva che il popolo – nel nome del quale nasceva quell’esperimento politico – non fosse in grado di usare intelligentemente le libertà conquistate, e pensava che fosse un compito essenziale dello stato fornire ai cittadini, attraverso l’istruzione, gli strumenti cognitivi e morali necessari per fare scelte razionali, e non uccidere nella culla la delicata creatura politica. Il tema sembra attuale, leggendo i commenti alla decisione a maggioranza del popolo britannico di lasciare l’Europa. Come ha notato sul Sole 24 Ore un acuto commentatore come Luca Ricolfi, soprattutto l’intellighenzia progressista, alla quale piace pensare che la razionalità sia qualcosa di infuso nelle persone, ha stigmatizzato una scelta, quella dei britannici, che nei fatti è stata democratica, ma che non coincide con quello che si ritiene il loro interesse.

 

Qualcuno ha messo in discussione le stesse regole di fondo del voto democratico, invocando misure per evitare che decisioni prese da una maggioranza emotiva e per uno sbilanciamento demografico in senso senile, danneggino un’intera nazione. Insomma, sembrerebbe da ripensare meglio il suffragio universale e da limitare l’uso del voto referendario, tenendo meglio conto della rilevanza economica e politica delle scelte e del fatto che il comportamento di voto non ha una base razionale. Ricolfi pensa che quel voto sia stato però determinato da cause oggettive oggettive, che tendono a essere rimossi dai progressisti, come per esempio il fatto che la presenza degli immigrati ha portato a un aumento dei crimini, che peggiora direttamente la qualità della vita degli elettori. Allora chi ha votato per la Brexit avrebbe guardato egoisticamente a un proprio immediato interesse, come la sicurezza? Si tratta di discussioni che sarebbero più interessanti da seguire se si provasse a tener conto degli studi empirici (quindi testati anche sperimentalmente) dei comportamenti di voto.

 

Per la verità il risultato del referendum inglese dello scorso 23 giugno non era così imprevedibile. Il giorno 22 giugno l’Economist pubblicava un articolo da cui si evinceva, sulla base di una simulazione, che se non fosse intervenuto qualche elemento esterno, il “Leave” avrebbe vinto. Il fattore determinante nella simulazione appariva la “tirannia dei vecchi”, cioè l’orientamento antieuropeo delle persone più anziane e il loro maggior peso elettorale; tenendo anche conto che pure gli inglesi adulti, con un basso livello di istruzione e impiegati in lavori routinari erano per uscire, e del fatto che i giovani, tendenzialmente per “Remain”, nelle precedenti elezioni avevano disertato le urne. Un voto egoista? Al contrario è stato un voto “altruista”, a riprova che le buone intenzioni continuano a lastricare le vie verso l’inferno.

 

E’ almeno dalla pubblicazione del libro dell’economista Bryan Caplan, “The Myth of the Rational Voter: Why Democracies Choose Bad Policies” (Princeton University Press, 2007) – che ha suscitato una vasta discussione tra gli scienziati sociali – che quasi nessuno difende più l’ipotesi che le persone votino per inseguire un interesse diretto ed egoistico. Da prima di Caplan, si era visto che si vota con lo scopo di contribuire al miglior risultato per il proprio paese. Il problema è che quello che si giudica come miglior risultato è influenzato da una serie di bias (fraintendimenti) che portano a comportarsi in modi “irrazionalmente razionali”, cioè ad arrivare sistematicamente a conclusioni che sono l’opposta di quelle degli esperti. Si tratta di una forma di “irrazionalità razionale”, come l’ha definita Caplan, perché la scelta privilegia la soluzione psicologicamente meno costosa (per questo razionale), che è quella di adagiarsi sui bias naturali (irrazionali) piuttosto che sforzarsi di correggerli ricorrendo al pensiero critico. I bias che l’economista della George Mason University ritiene siano usati per fare il bene dei concittadini sono: bias del creare lavoro (non capire che la crescita economica dipende dalla produttività del lavoro e non dall’occupazione), bias anti-stranieri (non capire che l’interazione con gli stranieri porta benefici economici), bias pessimistico (non capire che le sfide economiche sono opportunità di miglioramento) e bias antimercato (non capire i benefici che producono i meccanismi del libero mercato).

 

Fino a che punto siano effettivamente questi i bias che portano a votare altruisticamente in modo sbagliato si può discutere. Quello che è abbastanza fuori discussione è che nei comportamenti di voto giocano più le emozioni che i calcoli razionali, ovvero che più delle preferenze politiche (per questo o quel partito/candidato) agiscono i valori morali di fondo e cablati anatomicamente nel nostro cervello ancora in larga parte paleolitico – sempre controllati dalle emozioni. Ma come entrano in gioco le emozioni nel comportamento di voto? Intanto diversi studi hanno dimostrato che influenzano di più chi è politicamente più sofisticato. In altre parole, le persone che capiscono di più la politica sono più condizionate dalle emozioni, rispetto a chi la capisce meno. I meccanismi emotivi studiati in relazione alle influenze sul voto sono per esempio sorpresa, rabbia, ansia, paura e orgoglio. Si è anche scoperto che chi va a votare subisce uno stress, cioè ha un aumento dell’ormone cortisolo rispetto al giorno precedente. Si sa, del resto, che le elezioni sono eventi eccitanti e stressanti. Non solo. Se vogliamo completare l’endocrinologia del comportamento di voto, dobbiamo dire le persone che hanno normalmente elevati livelli di cortisolo in situazioni non politiche è meno probabile che votino alle elezioni.

 

Si possono richiamare altri studi per spiegare l’apparente irrazionalità dei comportamenti di voto. Per esempio, la teoria dell’avversione per il rischio di Amos Tversky e Daniel Kahneman prevede che le persone usino più probabilmente il voto per evitare effetti di politiche sgradite piuttosto che per sostenere politiche gradite. Una efficace spiegazione del successo elettorale del Movimento 5 stelle in Italia. Anche la teoria socio-intuizionista della moralità umana di Jonathan Haidt, che dimostra come alcuni fondamentali valori morali entrano in gioco insieme alle emozioni che li controllano (con il disgusto a fare da pivot), aiuta a capire perché le persone decidono in modo altruistico e irrazionalmente razionale che alcune scelte sono nell’interesse della comunità. Peccato che quasi mai sia vero. Questi valori concorrono alle ideologie. Solo se si impara un po’ di scienza e un po’ di sano scetticismo si riesce a dotarsi di strumenti cognitivi indispensabili per non essere vittime dei nostri bias cognitivi e morali.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi