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Indignati senza futuro

In Spagna la sconfitta di Podemos libera il paese (e l’Europa) dalla legione dei catastrofisti. Promosso Severgnini e la sua furia glaciale post Brexit. E la Raggi già evapora. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

3 Luglio 2016 alle 06:18

Indignati senza futuro

Pablo Iglesias, leader di Podemos (foto LaPresse)

Berretto d’asino (voto 0) della settimana a Pablo Iglesias, leader di Podemos: non perché abbia perso un milioncino di voti, questo in politica può capitare anche ai migliori, ma perché ha fatto una campagna a martello, si è alleato con Izquierda unida, ultima costola del comunismo iberico, ha strombazzato ai quattro venti che il 26 giugno, giorno delle elezioni, sarebbe stata una data storica: Podemos avrebbe superato l’odiato e corrotto Partito socialista installandosi definitivamente nel panorama come seconda forza e sola alternativa ai popolari. Tutto questo a colpi di sondaggi che lo davano effettivamente con il vento in poppa.
 
 
Ora i sondaggi possono anche sbagliare e spesso sbagliano, in queste ultime tornate elettorali, amministrative italiane, referendum in Gran Bretagna,  elezioni spagnole appunto, hanno collezionato topiche clamorose (voto 2). Ma un leader politico non può non avere il polso della situazione. Il miglior conoscitore della carta elettorale francese, capace di fare un pronostico con ragionevole approssimazione, era François Mitterrand, non aveva bisogno dei Vento, dei Diamanti, dei D’Alimonte del tempo (comunque voto 5 alla categoria) semmai i sondaggisti e i politologi andavano da lui per avere lumi: usava una rete personale di contatti affidabili, amici di una vita, che nei singoli cantoni gli dicevano da che parte stesse soffiando il vento. Il presidente francese era politico di lungo corso,  mezzo secolo nella storia e di fronte aveva un orizzonte bipolare. Iglesias è un giovanotto, poca scuola e uno scenario che bipolare non è più, ma da leader di movimento dovrebbe essere abituato a cogliere il momento: come ha fatto a non accorgersi che Madrid e Barcellona stavano rigettando per femminismo isterico e fondamentalismo trinariciuto le sindachesse podemiste appena elette tra danze e ghirlande? Come ha fatto a non accorgersi che proprio nelle grandi città perdeva terreno, il 20, il 25 per cento, un quinto, un quarto di elettori svaniti in meno di un anno?
La sconfitta è stata così imprevista, così inattesa che il movimento ha perso la bussola, non sa più cosa fare né dove andare, è dilaniato da correnti, da scontri tra chavisti-maduristi ed europeisti, qualche commentatore ha scritto che è l’inizio della parabola discendente.
 
 
Molto dipende dal governo che si insedierà: fin qui il grigio Rajoy (voto 8) ha ben governato, gli elettori lo hanno premiato anche se non abbastanza da dargli la maggioranza assoluta. Se si dovesse costituire un governo solido di larghe intese tra popolari e socialisti, modello grande coalizione alla tedesca, e la disoccupazione scenderà, non ci sarà più alcun futuro per indignati con velleità di governo. La Spagna avrà liberato se stessa e gli europei tutti dall’ipoteca lagnosa di quanti, testardamente convinti che un altro mondo è possibile, non vedono che per la maggioranza degli occidentali un altro mondo non è affatto auspicabile. Di questa legione di catastrofisti, che fanno sempre e solo cupe previsioni e con esse ci frantumano i coglioni, fanno parte anche alcuni distaccamenti italici (voto 4, in blocco): la filiazione diretta è Possibile di Pippo Civati, poi c’è Sinistra italiana di Stefano Fassina, quindi Sel e quelli della notte di Nichi Vendola, ovviamente Rifondazione comunista. Nonché il manifesto e la sua equivicina direttora.
 
 
ESTERO SU ESTERO
 
 
Giacché ci siamo, voto 10 e lode a un anonimo, tatuato e tarchiato ultra della Brexit, che spiegava alla giornalista basita: “I’m not British, I’m English”. Uno che se potesse si separerebbe anche dalla Gran Bretagna pur di ritrovare l’anima inglese che solcò i mari, colonizzò il mondo, e inventò la pirateria per razziare oro e fare la Banca d’Inghilterra. Dio salvi sempre la Regina.
 
 
CARO BEPPE
 
 
Si vedeva a occhio nudo che non era il solito Severgnini, educato ironico e auto-ironico: si vedeva che era trasfigurato da una notte d’inferno con le patrie che gli si separavano davanti agli occhi. Aveva persino la barba lunga e la capigliatura meno candida. Così al primo contraddittorio con la Giorgia Meloni che difende la decisione del popolo, lui sbotta: signora Meloni ma è mai stata in Inghilterra? Beh sì, Londra, Dublino: ah la somarella (voto 5, solo perché sta per partorire) sei così indelicata, così poco politica da non capire che stai parlando a un uomo provato, addolorato, profondamente ferito. Che cova la furia glaciale dell’orfano costretto a trovare una nuova casa famiglia. E a cui sarà pure passato per la mente qualche pensiero omicida: questo Beppe così ci piace assai (voto 10).  
 
 
IL CARRELLO DEI BOLLITI. 1
 
 
Parterre des rois per l’inizio della nuova stagione di In Onda estate, su La7: Giulio Tremonti e Maurizio Landini.
Il primo aveva un buon motivo per esserci,  pubblicizzava un nuovo libro su Europa, mondo e mercati, dal titolo più seducente delle tesi che sostiene (voto 7).  Il secondo (voto 6) voleva soprattutto testimoniare che c’è esistenza in vita anche se scomparsi da un po’ dai talk. Ha lodato l’Europa ovviamente dei lavoratori.  E ovviamente il suo sindacato, il migliore.
 
 
IL CARRELLO DEI BOLLITI. 2
 
 
Parterre dei rois anche a chiudere la stagione di Ballarò conduzione Giannini, Rai 3: Massimo D’Alema, Romano Prodi. E un Mentana battutista in grande spolvero (voto 8). Prodi e D’Alema, gente d’esperienza (voto 4) che ha capito tutto,  previsto tutto, che ha una soluzione a tutto. Nemmeno il professore bolognese è stato capace di fare autocritica, quanto meno da presidente della Commissione europea fu il principale artefice dello sciagurato allargamento dell’Unione a 28.   
Non che altri abbiano discorsi più avvincenti. E’ il  loro tono che infastidisce: elocuzione lenta perché le parole cadano dall’alto, come si dice recitazione intensa. Ma per favore.  
 
 
NEL BOLLITORE
 
 
Virginia Raggi (voto 6) sta già cominciando a evaporare. Fa molte photo opportunity, va alla presentazione di una stagione teatrale per gratitudine alle star e starlette che hanno votato per lei. E’ andata in udienza a Santa Marta, atto dovuto.
Manca la foto con la giunta. Ancora non c’è, manca la quadra con il cosiddetto staff, in particolare le due donne che a Roma sono capo bastone, Roberta Lombardi e Paola Taverna. Il vento è davvero cambiato?

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