Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

In Forza Italia si fa strada un principio: tutto tranne Grillo

Salvatore Merlo
FI aspetta il ritorno del Cav. Mosse sull’Italicum. Il ruolo della famiglia dietro la linea “neonazarena”

Roma. Se c’è una cosa che a Silvio Berlusconi fa orrore in politica, e non l’ha mai nascosto – “vedrete alla fine toccherà a me fare da argine e salvare l’Italia”, disse con sorridente chiarezza qualche mese fa ai giornalisti del Foglio – questa è Beppe Grillo. E se c’è una cosa che spaventa chiunque abbia un conto in banca, un’attività imprenditoriale, un portafoglio azionario, un’impresa da tenere in piedi nei marosi della crisi economica, questa è l’incertezza, l’instabilità, sono le urla, le concessioni alla schiuma demagogica, gli estremismi anti euro e anti europei, le stramberie intorno a una fumosa economia del baratto e del bene comune. “A Bruxelles fanno tante sciocchezze”, ripete spesso Fedele Confalonieri, “l’euroburocrazia è torpida e talvolta anche francamente stupida. Ed è persino facile cedere alla demagogia dell’‘Europa delle banche’. Ma attenzione. Attenzione perché fuori dall’Europa, fuori dalle regole e dai legami internazionali si torna alla politica delle cannoniere. E se si torna alla politica delle cannoniere, che iddio ci aiuti”. E allora nella Forza Italia un po’ confusa e impaludata, nel partito che attende il ritorno del Cavaliere abbandonandosi ai miasmi e alle piccole vendette cortigiane, alle veline velenose che come sempre capita scaricano un po’ vigliaccamente tutte le colpe sugli sconfitti –  in questo caso sulle eumenidi (o erinni) del cerchio magico, cioè su Deborah Bergamini e Mariarosaria Rossi che ieri si è dimessa da tesoriera – nel partito azienda mai come oggi improvvisamente commissariato dalla casa madre Fininvest, comincia a farsi strada un principio che si potrebbe riassumere così: tutto tranne Grillo. Con una inevitabile subordinata, quasi inconfessabile: parlare con Renzi.

 

E certo non si tratta di un nuovo Nazareno, ma di ammorbidire, smussare, stare in guardia in Parlamento, correggere qui e là per evitare repentini tracolli renziani che, al di là della propaganda e della collocazione di Forza Italia sul mercato elettorale sempre alternativa al Pd, preoccupano Gianni Letta non meno di Marina Berlusconi: una cosa è che sia Forza Italia a sconfiggere Renzi, un’altra è se lo fa il Movimento cinque stelle. E allora, prima di tornare a farsi la guerra, bisogna evitare che un’eventuale improvvisa caduta di Renzi, adesso che il presidente del Consiglio pare ammaccato, si possa trasformare in una slavina di sistema capace d’impaludare il paese, le sue istituzioni e la sua già non vispa economia: “L’obiettivo di una forza responsabile che si candida a governare”, dicono ai piani alti dell’azienda berlusconiana, “è quello di garantire un principio di stabilità senza troppo concedere alle forze anti sistema”. E insomma il presupposto per candidarsi a governare il paese è che ci sia ancora un paese da governare. Così in Forza Italia, dove adesso pare arriverà un uomo dei conti Fininvest, un manager ancora una volta prestato dall’azienda alla politica, si cerca faticosamente una strategia che tenga insieme capre e cavoli, orizzonti apparentemente inconciliabili: Renzi va aiutato a non precipitare in un fosso trascinando con sé tutto il sistema dell’alternanza democratica per come lo si è conosciuto negli ultimi vent’anni, ma contemporaneamente la strategia deve tenere conto anche del consenso e del rischio di scoprirsi a destra lasciando praterie per il populismo facile di Matteo Salvini. E’ possibile? Più facile a dirsi che a farsi, probabilmente.

 

La riforma elettorale, per gli uomini di Forza Italia, è un argomento sul quale si può discutere, persino alla luce del sole con il governo. Anche se Renzi non sembra assolutamente interessato a modificare l’Italicum, e anzi i suoi collaboratori suggeriscono con una certa capacità persuasiva che una marcia indietro sulla legge elettorale sarebbe un disastro d’immagine, e avrebbe conseguenze nefaste anche in termini di consenso. Eppure, qui e là, se ne parla. “Se Renzi introducesse il premio alla coalizione e non alla lista sarebbe un bene”, dice per esempio Giovanni Toti, il presidente berlusconiano della Liguria. E ovviamente tutti i pensieri sono rivolti a un sistema elettorale che, in linea teorica, porti il centrodestra a essere l’avversario naturale del Pd, e non i Cinque stelle (malgrado, si sa, i sistemi elettorali finiscano spesso con il tradire chi li ha congegnati). E allora il Pd e Forza Italia possono davvero accordarsi per un sistema elettorale che favorisca la competizione tra le forze di sistema? “Sì”, dice Toti. “Con Renzi di questo si può e forse si deve parlare. Ma solo di legge elettorale. Nulla di più”, dice lui. Il pericolo è Grillo. Ma sgonfiato Grillo, Forza Italia e Pd possono tornare a fare gli avversari. “Ma noi non possiamo nemmeno scoprirci a destra. Quindi, in caso, patto sulla legge e basta”, dice Toti. Ma chissà. Forse lui non può che dire così. In politica ci sono cose che si fanno e si dicono, e ci sono cose che invece non si dicono ma si fanno.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.