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La Brexit spiegata a Saviano

Il buon senso degli “ignoranti” e il loro ruolo nel referendum. Lo scontro tra le università inglesi e il ministro Gove, che chiedeva alle élite di coinvolgere di più il popolo.

28 Giugno 2016 alle 13:12

La Brexit spiegata a Saviano

Lasciamo perdere i giovani. Sono sopravvalutati, e le loro geremiadi sui vecchi che rubano il futuro votando contro l’Unione europea vanno prese per ciò che sono: segno di immaturità, capriccio perché la realtà non corrisponde al loro infingimento. Il vero conflitto chiave sulla Brexit non è tra popoli illuminati e popoli para nazisti (com’è la versione di Roberto Saviano) ma è fra informati e disinformati ovvero, per estensione, fra colti e ignoranti. In linea teorica, si tratta di chiarire se una delicata questione di equilibri internazionali vada fatta decidere da chi non ha strumenti sufficienti a valutarla; o meglio, poiché conta la pratica, stabilire se gli ignoranti abbiano deciso del destino dei colti. I non laureati, gli illetterati addirittura, votando di pancia per la Brexit hanno di fatto tagliato futuri fondi comunitari per la ricerca, costringendo le grandi università britanniche a riorganizzarsi creativamente negli anni a venire.

 

Questa almeno è la vulgata, così come traspare dalle reazioni delle università. Un’inchiesta dell’Independent mostra che sono fioccate le lettere aperte: centotrè rettori ne hanno indirizzata una agli elettori, rimproverandoli per avere sottostimato l’impatto del lavoro accademico sul prodotto interno lordo; il sindacato degli studenti ne ha scritta una a David Cameron, esortandolo a tenere l’opinione dei giovani istruiti in maggior conto di quella altrui. Se però uno tralascia gli alti lai e va alla ciccia, ad esempio leggendo le dichiarazioni della presidente di Universities UK Julia Goodfellow, apprende che in concreto le università faranno pressione sul governo perché non muti la situazione di studenti e ricercatori comunitari. La European University Association ha assicurato che l’interazione fra atenei continentali e britannici resterà immutata. Il Russell Group, che lega le ventiquattro principali università britanniche, ha assicurato che s’impegnerà a far proseguire le più remunerative collaborazioni con l’Europa. La reazione ufficiale di Cambridge e Oxford è stata algida: come University College London, pur esprimendo disappunto hanno entrambe assicurato che a breve termine non cambia nulla e che contano di limitare i danni sulla lunga scadenza.

 


L'università di Cambridge


 

I lamenti sono generici, mentre nel dettaglio ciascuna università ritiene di poter tirare avanti più o meno come sempre. La radice dell’astio con cui la classe istruita ha reagito all’esito del referendum sulla Brexit va dunque ricercata non tanto nel timore di conseguenze concrete, fino a ora immaginarie, bensì in un sentimento impalpabile ma diffuso: la storica intolleranza del mondo accademico britannico nei confronti dell’ignorant attack. L’espressione in realtà non risale a questi giorni ma fu utilizzata un paio d’anni fa da Sir Richard Evans, professore a Cambridge, contro il leader euroscettico Michael Gove, conservatore e dioscuro del Leave assieme a Boris Johnson. Sul Daily Mail, Gove accusò Evans di avere sminuito il ruolo dei soldati britannici in un libro sulla Prima Guerra mondiale; sul Guardian, Evans replicò con malagrazia: “Forse Gove dovrebbe seguire qualche lezione di storia, però tenuta da professionisti”.

 

Un intellettuale che accusa di dilettantismo un politico è notizia trascurabile, a meno che l’intellettuale non sia docente universitario e il politico ministro dell’Istruzione. Attualmente Lord Cancelliere e ministro della Giustizia, all’epoca Gove sedeva all’Istruzione nel primo governo Cameron, che si era prefisso l’obiettivo di riformare scuola e università; fu il governo che nel 2010 fece infuriare la rivolta studentesca quando mise mano alle rette. L’idea era dell’attuale Lord Willetts, all’epoca ministro della Ricerca: innalzare il tetto massimo delle rette delle università inglesi, così da consentire agli atenei più prestigiosi di triplicare gli introiti mentre gli altri si sarebbero assestati su quote più modeste, per attrarre studenti con la convenienza. Questa almeno era la convinzione di Willetts, soprannominato “Two Brains” per la riconosciuta intelligenza; di fatto però le rette furono triplicate ovunque, perché nessuna università voleva ammettere minore prestigio di Cambridge od Oxford, e, quanto ai due cervelli di Willetts, qualche columnist chiese con urgenza un riconteggio.

 


Michael Gove, attualmente Lord Cancelliere e ministro della Giustizia


 

L’establishment accademico tuttavia reputava Willetts un interno – ogni tanto lo si incontrava a Oxford mentre portava i cani a far pipì sui prati di Port Meadow – mentre Gove veniva percepito come outsider, nonostante un curriculum accademico più che rispettabile: oxoniano benché non se ne vanti, ha studiato al Lady Margaret Hall, college di cui è l’alunno più celebre assieme a Benazir Bhutto e a Nigella Lawson. Non ha certo aiutato il caso che, nel corso di una conversazione privata anteriore al suo ingresso al governo, fosse stato udito definire il complesso sistema di sindacati, autorità locali e governance che presiedono all’istruzione col poco lusinghiero appellativo di “blob”. Nick Robinson, opinionista politico della Bbc, ha interpretato l’intero mandato di Gove all’Istruzione come estenuante battaglia contro questa sostanza informe e repellente, ipostatizzata dalle faide del ministro contro il capo dell’ente di vigilanza sulla scuola (Ofsted) Sally Morgan e addirittura contro il proprio vice, il lib-dem David Laws. Rimosso dal novero dei consiglieri ministeriali, il rettore dell’università di Reading David Bell tacciò le politiche di Gove di “considerevole mancanza di intelligenza”.

 

Non è peregrino sospettare che l’astio accademico contro il fronte del Leave possa essere anche lo strascico di vecchi veleni fra Gove e i professori britannici, irritati dal suo ignorant attack a un sistema che si considerava intangibile. Il punto di non ritorno fu la riforma della scuola che Gove progettò e incoraggiò benché osteggiato e sbeffeggiato dall’apparato dell’istruzione. Parlando al think tank Policy Exchange, nel 2014, Gove dichiarò la propria difficoltà nel “capire perché qualcuno dovrebbe difendere il sistema dell’istruzione così come lo abbiamo ereditato”. Fomentato da una platea tendenzialmente favorevole, Gove si lanciò in un attacco frontale alla Weltanschauung (disse proprio Weltanschauung) dei docenti: “Abbiamo professori universitari secondo i quali non dobbiamo far leggere Dickens agli adolescenti. Abbiamo storici che vogliono insegnare la Prima Guerra mondiale ai liceali mostrando la sit-com Blackadder. Abbiamo avversari politici secondo i quali aspettarsi che dei sedicenni certifichino di conoscere l’inglese, la matematica, le scienze e una lingua straniera significa precludere loro la strada del successo”.

 

Figlio di due ragazzi che avevano lasciato la scuola a quindici anni, Gove è sempre stato ossessionato dall’abbandono scolastico. L’obiettivo della sua riforma era però evitare non solo la dispersione ma anche la scolarizzazione nominale: non ha senso far aumentare il numero di ragazzi che vanno a scuola se poi viene consegnato loro un diploma senza che abbiano nozioni umanistiche e scientifiche di base. Per Gove una maggiore autonomia degli istituti e una maggiore responsabilità dei presidi riguardo al proprio operato, incrociate, avrebbero garantito una maggiore qualità dell’insegnamento anche per mezzo di maggiore disciplina in aula (Gove detesta l’idea che ogni rimprovero sia considerato minaccia), maggiore severità in sede d’esame e un tocco di sano nozionismo – che suona meglio in inglese, “knowledge-based curriculum”.

 

Non sorprende che il suo piano non abbia entusiasmato l’establishment e forse non sorprende nemmeno, a questo punto, che le università vedano tuttora in Gove il capo di questo ignorant attack di cui la campagna per il Leave appare l’aspetto più eclatante. E’ risaputo che un elevato livello d’istruzione non porta necessariamente all’intelligenza né alla tolleranza, come dimostrano i buuuu che al mattino dopo il referendum hanno sommerso Boris Johnson all’uscita di casa; e l’accusa che il Leave sarebbe stato tacciato di essere espressione di una vasta classe di ignoranti da vincolare all’illuminato parere dei colti era stata intuita mesi fa da Johnson stesso, che lo disse a chiare lettere in uno dei suoi più sottaciuti comizi. Non se ne tenne conto, ritenendo che Johnson rappresentasse questi famigerati ignoranti, per quanto anch’egli oxoniano (Balliol), classicista, presidente della Oxford Union, direttore dello Spectator e ministro ombra dell’istruzione prima di diventare sindaco di Londra.
Più dell’analisi dei discorsi di Johnson, però, capire a cosa mirasse Gove con la riforma della scuola aiuta a capire il ruolo degli ignoranti nel referendum sulla Brexit.

 

Il punto di maggiore distanza rispetto all’establishment accademico fu il discorso che già nel 2011 tenne a Cambridge, sempre da ministro, scandalizzando gli astanti perché incentrato su una star del grande fratello: Jade Goody, spiegò Gove, pur nel suo essere “ragazza immagine dell’assoluta ignoranza e del fallimento dell’istruzione”, rivelò grande saggezza nell’investire nell’istruzione dei figli il denaro vinto in tv e dimostrò che anche un ignorante ha discernimento sufficiente a capire il valore della cultura e a valutare il giusto e lo sbagliato nel parere di un esperto. Nell’ignoranza di Jade Goody, il cui intelletto era stato lasciato privo di contenuti, Gove fece specchiare un discorso in cui Gladstone citò Pericle, Virgilio e John Dryden rivolgendosi ai contadini del Midlothian, “dando per scontato che fossero intellettualmente curiosi, anziché trattarli paternalisticamente come gente meccanica”. Cinque anni prima delle polemiche sulla Brexit, Gove esortava gli intellettuali a coinvolgere gli ignoranti nel dibattito politico, anziché escluderli come vorrebbe l’élite favorevole al Remain, perché “in un’èra anteriore allo strutturalismo, al relativismo e al postmodernismo, sembrava semplice e naturale spargere conoscenza verso qualsiasi mente volesse apprenderla. Va bene, sarò romantico, o forse prometeico. Credo che l’uomo sia nato con una sete per la libera indagine ma venga trattenuto dalle catene della disistima”.

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