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Il j’accuse di Bersani non era forse più utile come autocritica, tre anni fa?

Un mistero ancora tormenta l’elettore (di Bersani e non): come è stato possibile, per il centrosinistra guidato dall’ex ministro un tempo coraggiosamente liberalizzatore, vincere soltanto di misura (e solo alla Camera) quelle elezioni in cui il centrosinistra partiva, nei sondaggi, con circa venti punti di vantaggio sul centrodestra in crisi nera?

22 Giugno 2016 alle 10:37

Il j’accuse di Bersani non era forse più utile come autocritica, tre anni fa?

Pierluigi Bersani (foto LaPresse)

Roma. E’ di nuovo tempo di Passione, per Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd ed ex ministro nei governi Prodi, D’Alema e Amato: succede infatti che, all’indomani dei ballottaggi dello scontento e della presa di potere a Cinque stelle a Roma e a Torino, l’ex segretario del Pd torni in prima linea come mai aveva fatto nei tre anni dalle sue dimissioni (aprile 2013). E parla con il Corriere della Sera e poi con “Agorà”, dichiarandosi, tanto per cominciare, “amareggiato come per i 101”. E già questo dice molto, ché la votazione che affossò la candidatura Prodi alla presidenza della Repubblica, con i 101 “traditori” nell’ombra, fu il momento di non ritorno, la notte in cui la decisione di rimettere il mandato, per Bersani, divenne irrevocabile. E oggi Bersani, parlando al Corriere perché Renzi intenda, dice che soltanto “qualche gufologo imbecille” può pensare che lui sia contento del risultato del 19 giugno, che per reagire bisogna “guardare in faccia la realtà” e che il Pd a trazione renziana si è fatto percepire come troppo vicino “all’establishment”. Ad “Agorà” non è meno drastico: “Demenziale rinnovare la sinistra guardando a destra…”; il Pd ha avuto “sbandamenti che hanno incoraggiato un’idea di trasformismo, di Francia o Spagna purché se magna”, e lui, Bersani, se lo avessero fatto “partire” (con un suo governo che mai si formò nel 2013), avrebbe fatto subito “tre o quattro lenzuolate” per mettersi “dalla parte del cittadino”, e allora si sarebbe visto se i populismi avrebbero continuato a imperversare.

 

Per carità, è il militante Bersani che parla, un militante che ora soffre perché il partito perdente nell’urna “è anche suo”, un militante che è andato in giro a prender voti, un militante che però vedrebbe bene, come “premessa” per lavorare, le dimissioni da segretario del segretario-premier. E potrebbe magari tornare utile come contributo al dibattito interno, il j’accuse dell’ex segretario sceso in campo come faticatore della sinistra da ricostruire, tanto più che Ezio Mauro, su Repubblica, ieri non la mandava a dire al segretario-premier, nel lungo editorale intitolato (non a caso) “La storia rottamata”: “Governare senza una storia politica a far da cornice e dei valori di riferimento diventa un’interpretazione autistica, staccata dal corpo sociale. Si irrideva alla competenza e all’esperienza, promuovendo ministro la famosa cuoca di Lenin? Bene, ecco gli apprendisti di Grillo, più nuovi del nuovo…”. Tuttavia un dubbio si affaccia, ripensando al Bersani dolente (per il Pd) e allo stesso tempo combattente (contro la gestione del segretario del Pd): non è che forse questa critica su un Pd scollato dalla realtà sarebbe stata più utile tre anni fa, come autocritica dopo le primarie per la leadership del centrosinistra del 2012, perse da Renzi e vinte da Bersani, e dopo la successiva campagna per le politiche 2013?

 

Un mistero infatti ancora tormenta l’elettore (di Bersani e non): come sia stato possibile, per il centrosinistra guidato dall’ex ministro un tempo coraggiosamente liberalizzatore, vincere soltanto di misura (e solo alla Camera) quelle elezioni in cui il centrosinistra partiva, nei sondaggi, con circa venti punti di vantaggio sul centrodestra in crisi nera, e con Beppe Grillo arrembante, sì, ma non così tanto da non poter essere combattuto e magari distanziato con qualche voto in più. E invece, nella campagna in cui, come disse poi lo stesso Bersani, si arrivò primi senza vincere, la ricetta fu, di fatto, continuare come se le Politiche non fossero alle porte (d’altronde si era in vantaggio), e stare a guardare gli altri: il Grillo da “tsunami” nelle piazze, con i suoi “tutti a casa”, e il Berlusconi redivivo che parlava di abolizione dell’Imu. Risultato: la quasi-parità con Grillo e con un centrodestra risorgente, e il successivo psicodramma per la formazione del governo, con lungo e infruttuoso “scouting” nell’esercito grillino e iniziale “niet” al governo di larghe intese cui poi toccò guardare (ma senza Bersani), vista anche la tormentata elezione del presidente della Repubblica.

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