Beppe Grillo e Luigi Di Maio (foto laPresse)

Il tramonto del vaffa che fu, rivoluzione lessicale a 5 stelle. Ma la base?

Marianna Rizzini
Non si torna indietro nei fatti e neanche nel lessico: adesso che è “svolta epocale” (copyright Beppe Grillo) come fare? la natura di “movimento del vaffa” non è facilmente inscatolabile dall’oggi al domani. Problematiche.

Roma. “La descrizione di un attimo”, diceva la canzone dei Tiromancino, ed è dalla sera della presa del potere romano e torinese che, con parole diverse, i Cinque stelle e i non Cinque stelle provano a descriverlo, l’attimo da cui non si può tornare indietro: o vai di qua (consolidamento e istituzionalizzazione) o vai di là (inseguimento della pancia del web e movimentismo a oltranza, anche a costo dell’inconcludenza). Non si torna indietro nei fatti e neanche nel lessico: se fino a qui la memoria delle scatole di tonno, dei redditometri, dei giorni del giudizio, degli zombie, delle scie chimiche e dei Bilderberg poteva convivere, nei discorsi e nei post a cinque stelle, con i toni assennati (addomesticati?) di Luigi Di Maio, adesso che è “svolta epocale” (copyright Beppe Grillo), l’intendenza deve conformarsi al tramonto del vaffa che fu.

 

Primo problema: come far combaciare immagine e sostanza, un’immagine che si vorrebbe ancora rivoluzionaria e una sostanza che si vorrebbe far già percepire al cittadino come non minacciosa e vagamente ecumenica. Ed è nell’anticamera della “svolta epocale” che si annida la metamorfosi dell’eloquio. Imbattersi in un discorso a cinque stelle la sera della vittoria, a Torino come a Roma, infatti, voleva dire imbattersi in un’uniformità quasi millimetrica di adeguamento lessicale all’abito “alternativa di governo”, e in espressioni di edulcorata combattività di parlamentari e neo sindaci, peraltro diversissimi tra loro (come il neo sindaco di Torino Chiara Appendino, il neo sindaco di Roma Virginia Raggi e il deputato e membro del Direttorio Alessandro Di Battista). Ed era tutto un pensare a come “ricucire” i tessuti sociali delle città prese in carico, a come salvaguardare i “bene comuni” (che tanto piacciono anche alle sinistre di area “Rodotà-tà-tà” e di credo antirenziano); tutto un dire e dirsi, alla maniera del nonno di famiglia, che “chi semina raccoglie” e chi raccoglie ora inizia “a lavorare”. Di più: chi lavora è “pronto” a “governare” anche in nome “degli altri”, quelli che i Cinque stelle non li hanno votati. E pazienza se all’uniformità di lessico non corrispondeva l’uniformità di toni (c’era infatti un mondo tra il “tutti noi siamo Torino” di Chiara Appendino, detto con cortesia sabauda e onore delle armi all’ex sindaco e avversario Piero Fassino, e il più ombroso “sarò il sindaco di tutti” di Virginia Raggi, detto con accenno non proprio distensivo al voler “mettere un punto” alle polemiche della vigilia). E quando un Di Battista serafico si affacciava dagli schermi de La7 per promettere che il M5s mai avrebbe “tradito la fiducia” accordata dall’elettorato e per parlare dell’“umiltà” necessaria al compito (umiltà finora poco praticata nel frasario politico a cinque stelle), la descrizione dell’attimo virava verso la sanzione ufficiale del cambio di marcia.

 

E però la natura di “movimento del vaffa” non è facilmente inscatolabile dall’oggi al domani. Accadeva così, nelle piazze festeggianti, che gli slogan continuassero a descrivere l’attimo passato: quello del M5s che dice “tutti a casa” con ancoraggio-ossessione al grido “onestà, onestà”. Hai voglia a mostrare, come faceva Appendino, lo stile ingentilito del vincitore: la piazza in tripudio era ancora settata sulla modalità “o noi o loro”. E il senatore piemontese Alberto Airola, intervistato da La7, dimenticava per un attimo di essere nella “nuova èra” di cui intanto Raggi parlava a Roma, e si lasciava andare alla sottolineatura non ancora ammorbidita del “momento storico” nella “roccaforte” torinese, espugnata da “giovani ragazzi liberi” informatisi in rete nonostante la presenza di “media piegati al regime” – e tanto appariva vintage l’enfasi di Airola, dal punto di vista della nuova immagine a cinque stelle, che il direttore del Tg7 Enrico Mentana faceva notare che i casi Appendino e Raggi non erano “un 25 aprile”, ma una vittoria alle elezioni. Ma il senatore, come molti dei militanti in strada, era già parso fuori sincrono rispetto al vertice (direttorio e neoletti), sintonizzato ormai sull’esigenza di calmierare gli eccessi di veemenza movimentista. Ha cominciato Beppe Grillo: ex comico rifattosi comico (ritorno in teatro) con tanto di “passo di lato” (solo “garante” del M5s), e da ieri anche profeta dell’ascesa al governo, ma senza le truculenze che avevano reso “tsunami” la sua campagna elettorale 2013: ieri Grillo, casaleggianamente parlando, alludeva alla “meravigliosa missione impossibile” compiuta, e il “tutti a casa” d’antan prendeva la forma di un più comprensivo “costringeremo i nostri avversari a diventare persone perbene”.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.