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Confini della giustizia

Sul delicato rapporto tra giustizia e media, e sulle tendenze di alcuni magistrati a svolgere la propria attività più per l’amore dei riflettori che della verità processuale. Orlando, Cantone, Legnini, Canzio e Spataro: idee politicamente scorrette da un dibattito fogliante.

15 Giugno 2016 alle 20:25

Confini della giustizia

(foto LaPresse)

Roma. Dalla riforma della giustizia alla messa in discussione del processo mediatico, passando per l’indipendenza dei magistrati, tema più che mai attuale in tempi di dibattito pubblico sulla riforma costituzionale. Di questo si è parlato al dibattito sulla giustizia organizzato dal Foglio, e moderato dal direttore Claudio Cerasa, tenutosi mercoledì all’Ara Pacis a Roma, che ha visto la partecipazione del ministro della Giustizia Andrea Orlando, del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, del primo presidente di Cassazione Giovanni Canzio e del procuratore di Torino Armando Spataro.

 

Sul delicato rapporto tra giustizia e media, e sulle tendenze di alcuni magistrati a svolgere la propria attività più per l’amore dei riflettori che della verità processuale, Canzio è stato molto netto: “Il processo mediatico mi preoccupa perché è incentrato sulle indagini preliminari, cioè su ipotesi e imputazioni, e rischia così di formare consensi e aspettative nella collettività che possono mettere in discussione la terzietà del giudice che deve effettivamente decidere sul caso”. Spataro si è detto invece convinto che esista un “protagonismo virtuoso dei magistrati”, ma che ad ogni modo “il magistrato non può atteggiarsi a moralizzatore della vita pubblica o a eroe contro presunti poteri forti”. Proposte, per far fronte a tali disfunzioni, non sono mancate, e ad avanzarle è stato anche il vicepresidente dell’organo di autogoverno delle toghe, Legnini, che ha auspicato che possa “camminare in futuro” l’idea di istituire presso gli uffici giudiziari “un nucleo organizzativo, composto da magistrati, incaricato di svolgere un’informazione corretta e completa, evitando che vengano diffuse notizie per propri interessi”.

 

Ma il protagonismo di una parte della magistratura, in questo periodo, alimenta tensioni soprattutto in relazione al dibattito in corso sul referendum costituzionale di ottobre. Di recente si è assistito persino all’adesione di una corrente dei magistrati al comitato per il “no”. Per Cantone “il magistrato non deve solo essere, ma anche apparire indipendente”, e, di conseguenza, mentre va garantita la sua partecipazione al dibattito pubblico su un referendum con “valenza istituzionale”, è da ritenersi “inopportuno” un suo coinvolgimento a comitati politici che sostengono specifiche posizioni. Riflessioni condivise sia da Legnini – che però ha eslcuso “divieti e bavagli” – sia dal ministro Orlando. Un po’ meno da Spataro che invece ha deciso di aderire al comitato per il “no” dei costituzionalisti (“non  dei politici”) e ha ribattuto: “Occorre, più che altro, chiedersi chi ha inteso politicizzare il dibattito attorno al referendum, con una evidente forzatura”.

 

Ma come riformare una giustizia, come quella italiana, notoriamente lenta, inefficace e fonte di scoraggiamento per gli investimenti esteri? Secondo Canzio, pensare di risolvere le deficienze strutturali allungando i termini di prescrizione dei processi, o addirittura sospendendoli, è insensato e anche “inaccettabile” per il nostro paese: “I termini non vanno allungati, è una questione di civiltà. Ciò che va assicurato è la rapidità della giustizia”. Sul punto c’è comunque l’ottimismo del Guardasigilli: “La giustizia italiana non è più immobile. Il tribunale delle imprese, che per l’investitore straniero è il foro di riferimento, giudica metà del contenzioso in meno di un anno”. Una giustizia efficiente, però, richiede anche una magistratura efficiente. Da qui la necessità di superare alcune resistenze corporative. Da qui la questione delle correnti nella magistratura, e della loro influenza sulle procedure di nomina del Csm.

 

Cantone, che tempo fa, proprio al nostro giornale aveva definito le correnti “il cancro della magistratura”, ha ammesso che oggi non userebbe di nuovo la stessa espressione, ma la convinzione è la medesima: “Le correnti devono occuparsi di elaborazione culturale, non delle nomine”. Per Orlando “il problema non è lo strapotere delle correnti, ma la loro debolezza”, che determina un perenne conflitto interno, inducendo i magistrati “a una ricerca esasperata del consenso, del voto”, con le toghe che così “finiscono per essere sollecitate dalla cronaca, dai titoli di giornali”. Spunti, insomma, senza peli sulla lingua, non sono mancati. E il dibattito lanciato dal Foglio resta aperto, a tutti.

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