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Passeggiate romane

E se il Pd perde pure Roma? Renzi e la speranza del boomerang grillino

Un test elettorale per i Cinque stelle in vista delle politiche del 2018. Ma la minoranza è pronta a partire a lancia in resta.

14 Giugno 2016 alle 11:00

E se il Pd perde pure Roma? Renzi e la speranza del boomerang grillino

Roberto Giachetti e Matteo Renzi (Foto: La Presse)

I dirigenti del Partito democratico vivono con grande apprensione i giorni che li separano dal 19 giugno. La sconfitta a Roma viene data per scontata anche dai più ottimisti. E infatti al Nazareno si consolano pensando che, come dice Matteo Renzi, la vittoria dei Cinque stelle nella Capitale “potrebbe rivelarsi un boomerang” per Beppe Grillo e compagni. E’ questo, sempre secondo il presidente del Consiglio, potrebbe far arrivare i pentastellati spompati e in difficoltà alla prova delle elezioni politiche del 2018. Già, perché nonostante quello che ripete spesso e volentieri in pubblico, il premier ritiene che difficilmente nel 2018 il centrodestra sarà in grado di riorganizzarsi per il dopo Berlusconi, e quindi i veri avversari del Partito democratico saranno i grillini. A meno che… A meno che, appunto, a Roma non diano una prova talmente pessima da pregiudicare la loro avventura politica anche sul piano nazionale: “In fondo – spiega Renzi ai parlamentari a lui più vicini – quasi dovunque abbiano governato hanno dato delle pessime prove”.

 

Ma certamente il presidente del Consiglio avrebbe preferito vincere la partita romana (checché abbia insinuato qualcuno anche in passato), tanti più che nell’estate del 2017 è prevista l’assegnazione delle Olimpiadi del 2024. E il premier puntava all’assegnazione a Roma per dare una bella dose di fiducia al paese e per iscrivere al suo governo un altro merito. Non solo, la sconfitta nella Capitale poteva essere giustificata nel caso di una vittoria senza se e senza ma a Milano. Questi, almeno, erano i piani originari di Matteo Renzi. Il premier riteneva che la batosta romana si potesse motivare con la fallimentare gestione della città da parte di Ignazio Marino e con Mafia capitale, e che il tutto si potesse annacquare nel successo milanese. Nel capoluogo lombardo, però, la situazione è decisamente in bilico, e ormai pure su quel fronte nel Pd non escludono niente.

 

La doppia sconfitta di Milano e Roma ridarebbe voce alla minoranza interna del Partito democratico che, a dire il vero, non vede l’ora. Per questa ragione i renziani sono convinti che, al di là dei proclami e di qualche comizio, i bersaniani non si stiano impegnando veramente nella campagna elettorale. Non a Roma, per esempio, dove la situazione è complicata anche dal fatto che Matteo Orfini sembra prendere le distanze dai renziani e dalle loro scelte in campagna elettorale.

 

Ma si diceva della minoranza del Pd. Ebbene è pronta a partire a lancia in resta contro il presidente del Consiglio. E non solo contro di lui. Al premier si tornerà a chiedere di rinunciare al doppio incarico, ma, in realtà, i bersaniani stessi sanno che quella è un partita difficile anche perché bisognerebbe cambiare lo statuto del partito. Perciò la minoranza concentrerà il suo fuoco sui vertici del Pd. Cioè sui due vice segretari. Saranno loro il bersaglio delle polemiche (Debora Serracchiani, in special modo) dei bersaniani. I quali, naturalmente, chiederanno anche l’anticipo del congresso, avendo capito perfettamente che Renzi, che pure l’aveva ventilato, in realtà non ci punta per niente. I renziani ritengono si poter parare questi colpi proponendo la creazione di una segreteria politica di cui facciano parte anche esponenti della minoranza, che verrebbero in questo modo chiamati a definire la linea del partito. Ma i bersaniani meditano di rifiutare questa offerta.

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