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Votare tutti? Up to a point

Puntuale e gradevole come una cartella di Equitalia, anche stavolta alla vigilia del voto irrompe nel discorso pubblico il lamento inconsolabile – e preventivo – per la scarsa partecipazione elettorale.

2 Giugno 2016 alle 06:18

Votare tutti? Up to a point

foto LaPresse

Puntuale e gradevole come una cartella di Equitalia, anche stavolta alla vigilia del voto irrompe nel discorso pubblico il lamento inconsolabile – e preventivo – per la scarsa partecipazione elettorale. In prima fila c’è il Corriere della Sera, con uno dei suoi più valorosi ufficiali (Aldo Cazzullo) preoccupato dalla smemoratezza di un’Italia che tradisce lo spirito del 1946, perché preferisce “lo sfogatoio della rete” e abbandona disillusa i partiti e i sindacati, consegnandosi nell’incoscienza civile della rabbia e del disimpegno (insomma la versione teratologica degli “apoti” prezzoliniani). Analoghe argomentazioni, grosso modo, vengono via via imbracciate da questo o quel teorico per rappresentare il pericolo di chissà quale torsione autoritaria o populista. E dunque, anche stavolta – repetita eccetera – tocca obiettare invocando un granello di buon senso.

 

Posto che del 1946 non resta che un canovaccio costituzionale, e che nel frattempo è intervenuta una cesura perfino antropologica con quell’Italia, è bene osservare che le così dette democrazie mature occidentali ormai non selezionano più soltanto gli eletti ma anche gli elettori. Come avviene per esempio in America dove, si sa, “la democrazia è sopravvalutata” (cit.) e le elezioni sono un gioco elitario di massa. A casa restano gli ademocratici e gli indifferenti. Sono la maggioranza? No, sono gli estranei di un sistema in cui conta soltanto avere vincitori e vinti parallelamente credibili e capaci di governare e fare opposizione.

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