Matteo Salvini con Donald Trump

Una risata ci resusciterà

Giuliano Ferrara
Il “Salvini chi?” dell’arancione Trump è una delizia, cari intellò troppo presi dal Matteo Nessuno. Come la Boccassini che applica il controllo di legalità alla fiction Gomorra o i burloni del femminismo queer-badiousiano.

Trump: “Salvini chi? No, non lo conosco, non l’ho visto, e se l’ho visto non volevo vederlo”. Salvini: “Trump e io? Bè, ci siamo visti e sapeva anche chi ero; comunque sarà anche il capo della destra zozza, con grosso riporto, ma io non sono un Bagonghi, e lui si faccia gli affaracci suoi in America, in Brianza è un’altra cosa”. La beffa alligna sulla politica al tempo del circo. Eravamo gli unici a scrivere qui: non perdete tempo con Salvini, oh sociologi, oh politologi, oh opinionisti, oh colleghi (quell’oh eccetera è una serie improbabile di vocativi). Ora si sono accorti che l’espansione elettorale della Lega è già finita. Ora Matteo S. con tutta la filiera è esposto al sacro spirito beffardo del selfie o della photo-op. Marine farà il giuramento multiculturale, e lo scarica. Farage ha già vaffanculato Grillo, dopo la Brexit si dirà contento di essere fuori dell’Europa di Salvini. Questo faccione lombardo collocato per fotterlo alla sinistra fotografica del Dio Trump di nome fa Nessuno, ma non come il trucco di Ulisse che fregò il Ciclope, il suo Nessuno è anonimato puro, Matteo Nessuno, disconoscimento da billionaire fin troppo cinico, il Polifemo della demagogia ha divorato il commesso viaggiatore del piccolo populismo, e il deputato farlocco che ha fatto da mediatore per il fiero pasto si chiama pure Marino, sì, Tom Marino (buono per la Raggi a Roma).

 

La beffa, che consolazione. L’esperimento va allargato di campo e di scopo. Magari l’articolessa ispirata su “Gomorra” in tv, firmata Ilda Boccassini, su Repubblica, l’ha scritta per burla il concorrente di rango Aldo Grasso. Tutte quelle chiacchiere critiche insulse, tutta quella penosa semiologia della realtà del male e della sua rappresentazione, quel bunga bunga di ovvietà sul rispecchiamento delle mafie nella loro letteratura, sulla pedagogia del bene assoluto, sull’arte che imita la vita e la vita che imita l’arte, tutto quell’accrocchio da cattive medie superiori non è farina del sacco della condottiera delle guerre per il comune senso del pudore, la nemica acerrima della furbizia orientale, ma è una parodia che la dottoressa Boccassini ha letto con sconcerto insieme al caffè del mattino. Solo lei ignora che il male e il peccato si vendono da sempre nel mercato delle bellurie letterarie e delle grandi bellezze classiche, solo lei discute compunta per stabilire se valga la pena di raccontare storie di puttane, di assassini di vecchiette usuraie, di eroi violenti e orlandi pazzi, purché tutto venga ricondotto al controllo di legalità come lo intendono i pm combattenti nel loro paradiso insidiato da invidiosi e complici del crimine. Anche il certificato medico dei pm di Trani, d’altra parte, andrebbe verificato: chissà se sono loro a poterci informare seriamente sull’opportunità di sottoporre i bambini ai protocolli attuali di vaccinazione. Non è beffarda in sé questa propensione a esercitarsi nella critica da parte di estensori di ordinanze di custodia cautelare in carcere e analisti di nastri in cui sono trascritte le conversazioni degli intercettati? A quando la pièce teatrale? A quando un atto unico cecoviano di Piercamillo Davigo?

 


Ida Boccassini  (foto LaPresse)


 

Ieri Libération ha pubblicato un articolo formidabile  a firma multipla: Anouk Barberousse, Philippe Huneman, Manuel Quinon, Arnaud Saint-Martin e Alan Sokal.  Sono tutti giornalisti della vecchia testata goscista che, dal ’96 a oggi, hanno sfruttato con ironia la credulità dei datori di lezione, dei maîtres à penser, dei guru di sinistra che hanno debordato ovunque, accademia e giornalismo e opinionismo, con le insulsaggini e il nonsense della French Theory, quella roba che non si capisce ma quel che se ne capisce va contro la decenza logica, l’efficacia argomentativa, lo spirito autenticamente sperimentale e la vocazione responsabilmente speculativa. L’ultima vittima è un filosofo iperpoliticizzato, ultramilitante, tardocomunista, che si porta molto, un incrocio tra le eresie confortevoli di Giorgio Agamben e i conformismi scomodi di Alberto Asor Rosa, Alain Badiou. Gli hanno rifilato la solita parodia del loro modo di pensare, qui queste beffe le chiamano canulars, e se la sono fatta pubblicare da una sua rivista personale malgrado l’accurato timbro nonsensical del testo. Il Salvini dell’ideologia rive gauche non l’ha presa bene, si è mostrato irritato contro “due scarti della filosofia accademica” e le loro “minuscole macchinazioni”. Intanto la beffa intellettuale ha prevalso, e l’articolo scientifico dell’inesistente Benedetta Tripodi, “alla ricerca di un femminismo queer-badiousiano” (non so se mi spiego), è finito sulle colonne dei Badiou Studies, sotto il titolo pomposetto “Ontologia, neutralità e desiderio di (non) essere queer”. Una delizia. Come la foto di quel tipo coi capelli arancioni alla destra di Matteo Salvini.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.