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Tra Renzi e Grillo, chi bacia il Cav.?

Principio identitario o principio di realtà? Le comunali non contano un tubo ma i ballottaggi saranno utili per decifrare la traiettoria del centrodestra (anche sul referendum). Occhio a Marchini e Giachetti.

1 Giugno 2016 alle 06:18

Tra Renzi e Grillo, chi bacia il Cav.?

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Le elezioni a doppio turno, come sono oggi quelle comunali e come saranno domani quelle politiche, hanno la caratteristica di dividere in due fasi ogni campagna elettorale. Nella prima fase prevale con nettezza il principio identitario e ogni partito fa di tutto per marcare le differenze con il proprio avversario. Nella seconda fase, invece, le differenze di facciata si annullano e gli elettori e i partiti, guidati dal principio di realtà, sono costretti a scegliere da che parte stare all’interno di quel bipolarismo coatto provocato dal ballottaggio. Le comunali raramente offrono un quadro fedele rispetto a quello che è il panorama nazionale ma su questo punto, forse, sulle indicazioni di voto che verranno messe in campo una volta archiviato il primo turno, sarà possibile capire quelle che sono le vere distanze tra centrodestra e centrosinistra, in particolare tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

 

Il Cav., parlando del caso Roma, ha ipotizzato un suo sostegno a Giorgia Meloni nel caso in cui dovesse essere lei ad arrivare al ballottaggio con Virginia Raggi (ma chissà). Tuttavia la domanda alla quale l’ex presidente del Consiglio non può rispondere è cosa farebbe il centrodestra qualora la sfida dovesse essere, oggi nelle città e domani magari nel paese, tra il Partito democratico e il Movimento 5 stelle. A Milano, essendo probabile al ballottaggio la sfida tra centrodestra e centrosinistra, il problema non si pone, mentre a Roma e Torino e persino a Napoli la questione esiste. A Napoli non è difficile immaginare che la distanza tra Lettieri e Valente sia inferiore rispetto alla distanza di entrambi con De Magistris. A Torino non è difficile immaginare che la distanza tra Osvaldo Napoli e Fassino sia inferiore rispetto alla distanza di entrambi con Appendino. A Roma non è difficile immaginare che la distanza tra Giachetti e Marchini sia inferiore rispetto alla distanza di entrambi con Raggi (e a Roma non è nemmeno difficile immaginare, lo diciamo con cognizione di causa, che in caso di ballottaggio Giachetti-Raggi il centrodestra stringa un accordo governativo e di giunta con il Pd).

 

La vera natura del centrodestra di governo, da questo punto di vista, potrebbe emergere proprio all’interno di questo passaggio tanto ipotetico quanto delicato. E anche per le ragioni che abbiamo elencato, le prossime settimane saranno importanti per capire se la distanza marcata dal centrodestra sul referendum verrà ammorbidita oppure no. Tutti i principali volti schierati da Berlusconi alle comunali – da Parisi a Marchini passando per Lettieri e anche per l’ex candidato del Cav. a Roma Guido Bertolaso – a prescindere da quello che sarà l’esito delle elezioni comunali non sono ostili alla riforma costituzionale (curiosità: sono tutti più con Hillary Clinton che con Donald Trump) così come non è ostile alla riforma l’ultimo importante sindaco portato al governo dal centrodestra (Luigi Brugnaro a Venezia).

 

La spina dorsale del nuovo centrodestra, almeno quello che non vuole morire salviniano, indica dunque una direzione diversa rispetto a quella suggerita dai vertici di Forza Italia. A tutto questo va poi aggiunto un dettaglio che non c’entra con le elezioni comunali ma che rappresenta una delle ragioni per cui la posizione del centrodestra sul referendum è destinata a subire variazioni. In mezzo a molte insidie, la personalizzazione del referendum voluta da Renzi presenta un punto di forza che sfugge agli occhi degli osservatori. Dire che se la riforma a ottobre non passa non ci sono altre strade che tornare a votare è un modo come un altro per parlare non solo alla testa ma anche alla pancia dei parlamentari, tutti consapevoli del fatto che andare al voto anticipato sarebbe un problema non solo per questioni legate al sistema elettorale monco che entrerebbe in vigore ma anche per questioni più spicciole (la pensione scatta dopo quattro anni e sei mesi dall’inizio della legislatura, il primo luglio 2017, e anche alla luce di quella data Forza Italia, senza una svolta sul referendum, potrebbe perdere pedine in Parlamento). Le comunali non sono dunque un termometro affidabile per misurare lo stato di salute dei partiti. Ma le scelte che verranno fatte per il ballottaggio ci diranno molto su quello che sarà il rapporto tra centrodestra e centrosinistra. Il patto del Nazareno non c’è più, lo sappiamo, ma il partito del referendum, sostituendo il principio di realtà al principio identitario, dopo le comunali potrebbe ingrossarsi ogni giorno di più.

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