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Aiuto, e cos’è la discontinuità? Manuale politico per i conduttori di Rai Tre

Fazio & co alle prese con la fine di un mito: la sinistra romana. Appunti sparsi per immaginare una sinistra televisiva in un mondo senza sinistra, senza Berlusconi, senza antiberlusconismo e, peggio ancora, con una Rai Tre invasa dai “milanesi”.

31 Maggio 2016 alle 17:54

Aiuto, e cos’è la discontinuità? Manuale politico per i conduttori di Rai Tre

Fabio Fazio e Roberto Calasso a "Che tempo che fa" (foto LaPresse)

Appunti sparsi per immaginare una sinistra televisiva in un mondo senza sinistra, senza Berlusconi, senza antiberlusconismo e, peggio ancora, con una Rai Tre invasa dai “milanesi”. Una Rai Tre deromanizzata, sospinta verso l’ennesima “ricerca di nuovi linguaggi” dal vento di Renzi, Dall’Orto & Bignardi. Mica facile. L’affondo della nuova direttora su camicette, tacco dodici, tubino e orecchini vistosi –  ovvero l’indice di Milano puntato contro l’estetica di Roma Nord, quadrilatero Piazza Mazzini-Vanni-Fleming-Saxa Rubra – tradisce un messaggio più profondo: “Non vestitevi come Serena Dandini. Con quella roba lì abbiamo chiuso”. E’ la discontinuità, bellezza. Dovevate aspettarvelo dai tempi dello sdilinquimento nazionale per il loden di Monti che il baricentro si stava spostando. E’ Milano che si mangia Roma. Tempo due anni e vi rifilano Linus a “Ballarò”, altro che Gianluca Semprini, sostituto probabile di Massimo Giannini (che è romano sì, ma di Sky, piglio british, “cuore a sinistra e cervello al centro”, come ama dire di sé). Emblema della sinistra televisiva romana è il “Gazebo” di Diego Bianchi, alias Zoro, il Max Pezzali del Pigneto che dà vita agli ultimi bagliori del dandinismo. La strizzatina d’occhio, lo stravacco da sinistra romana, la t-shirt alternativa, le vignette, i tweet degli amici suoi letti alla lavagna come una versione antagonista del Maestro Manzi, lo stacchetto reggae dell’orchestra, Zoro ai bonghi, daje rega’. Vedremo quanto dura. Dice che a Bignardi sta simpatico. Meglio per lui.

 

Intanto, fiutata l’aria, ha iniziato a farsi crescere la barba sulle orme di Franceschini: “Ci vogliono facce nuove? Io mi sono fatto crescere la barba”, come diceva il ministro anticipando la sua svolta renziana. Praticamente un manifesto politico. Perché il trucco è mimetizzarsi. Hipsterismo alla milanese o barbarie. Oppure essere nel cerchio magico di Fabio Fazio, unico, vero, imbattibile Forrest Gump della sinistra italiana. Non c’è cambio di direzione di Rai Tre che potrebbe rimuoverlo, tanto meno ora che ha la barba pure lui. Perché Fazio abita uno stato gassoso, sospeso tra le radici di “Anima mia” e “Rischiatutto”, il canone Einaudi e l’endorsement per Fabio Volo. Milano-Roma. Come in quel programma di tanti anni fa, costruito sulle chiacchierate di due personaggi in macchina sull’A1 e che anticipava i tempi a venire, ancora di più se avessero invertito il titolo. Renziano prima di Renzi, obamiano prima di Obama, Fazio si è inventato una borghesia italiana che è la prosecuzione del liceo classico con altri mezzi, settimana di okkupazione inclusa, radunandola attorno a una trasmissione con un titolo “opportunamente a metà strada tra un interrogativo e una constatazione” (copyright Berselli). E poi l’ha detto anche la direttora. I pilastri della rete sono “Chi l’ha visto?” e “Che tempo che fa?”. Al massimo, cogliendo l’occasione della discontinuità, potremmo fare una campagna per liberare Filippa Lagerback. Via l’ecologismo, la bicicletta, il fard sostenibile, il dress code più umiliante della storia della televisione italiana. Filippa la mandiamo a Mediaset. La facciamo rinascere a “Ciao Darwin” con Bonolis, così Fazio impara a umiliarla davanti a Belen. Luciana Littizzetto ha già il suo piano B con “Italia’s got talent” e magari, ora che è tornato il cinema di genere, potremmo buttarci sui remake dei musicarelli di Rita Pavone: “Luciana la zanzara”, “La feldamarescialla”, “Little Luciana nel West”. Lucia Annunziata in coppia con Cannavacciuolo in un format che rilegge la questione meridionale ai tempi di Masterchef.

 

Poi avremmo  una proposta per “Report”, visto che se la passa così-così. Convincere Milena Gabanelli a prendersi una pausa dall’anticapitalismo e rimettere in piedi “Harem” con lei al posto di Catherine Spaak. La cartellina con le domande, la calze color carne, la scenografia post-coloniale, il narghilè sul tavolo, l’illuminazione bassa e una generale atmosfera di complicità femminile. Per la prima puntata si possono invitare Naomi Klein, Michela Murgia e Concita De Gregorio. L’uomo misterioso che s’intravedeva dietro la tenda e che ancora oggi in molti sostengono fosse Giulio Andreotti, lo fa Fabio Volo. E poi c’è Severgnini. “L’Erba del vicino” non è andato granché, ma era solo una prova. Severgnini può essere l’uomo giusto per una Rai Tre alla milanese. Cospargere tutta le rete di “severgninity”. Quel sentimento cosmopolita ma accessibile, un inglese “intermediate B1” più umano di quello di Federico Rampini, una visione ottimista delle disgrazie dell’Italia e tantissimi capelli che non c’è neanche bisogno della barba. Severgnini e Fazio lì dove c’erano Gruppo ’63, Tele Kabul e Sabina Guzzanti. Al limite, per bilanciare tra discontinuità e tradizione, si può tornare a chiamarla “terza rete”, come tanti anni fa, quando la regalammo al PCI giusto in tempo per godersi in diretta la caduta del muro di Berlino. Diceva in quei giorni di radioso futuro post-ideologico, Angelo Guglielmi, padre fondatore, teorico e profeta della terza rete: “La cultura della sinistra è tutta da costruire, deve essere ancora elaborata”. Non aspettiamo altro.

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