Daria Bignardi (foto LaPresse)

Discontinuità e format. Bignardi spiega come cambierà Rai3

Claudio Cerasa
“Un nuovo format alle 20, prima serata più corta, sperimentazione. Nessuno verrà giudicato sull’auditel” – di Claudio Cerasa

Roma. “Sei proprio sicuro di volerla fare? Non lo so, non posso dirti niente, davvero, pensaci bene: guarda che sono noiosa! Non vorrai mica parlare di dress code?”. Sono passati cento giorni esatti dal pomeriggio in cui il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, ha presentato i suoi direttori di Rete e da quel giorno in poi, per il suo nome, la sua storia, il profilo della sua rete, l’interesse maggiore lo ha catalizzato la direttrice di Rai3: Daria Bignardi. Il tema della discontinuità rispetto al passato, declinato finora in forme più o meno riuscite dalla nuova Rai, è uno dei cavalli di battaglia del direttore generale e per il modo in cui CDO ha immaginato il servizio pubblico non c’è dubbio che Rai3 è destinata a essere la rete in cui vi dovranno essere delle sperimentazioni e delle innovazioni concrete e di sostanza e non solo di metodo e di forma. Il punto però è: l’approccio è noto, lo svolgimento meno. Che cos’è dunque questa benedetta “discontinuità” che dovrebbe essere introdotta come un siero benefico nelle vene della Rai?

 

Cento giorni dopo il suo arrivo in Rai Daria Bignardi accetta di fare il punto con il Foglio. Si parte dalla forma e poi si arriva alla sostanza. Con qualche notizia. Sulle prime serate, su Ballarò, sui talk show, sui nuovi format, sui nuovi metodi. La discontinuità, ok. Ma, come direbbe il Carlo Verdone di Borotalco con gli occhi confusi rivolti al cielo, in che senzo?

 

Viale Mazzini numero 104, terzo piano, stanza 134. In giro qualche libro sugli scaffali (“Io sono vivo, voi siete morti”, di Emmanuel Carrère; “Il cacciatore celeste”, di Roberto Calasso; “Cosa pensano le ragazze”, di Concita De Gregorio”). Qualche quadro con colori pastellosi di Enrico Paulucci, pescato qua e là dal ricco caveau Rai. Qualche giornale aperto sulla scrivania. Uno in particolare: Repubblica, intervista di Ezio Mauro a Massimo Cacciari. Una frase sottolineata: “Il potere per funzionare deve essere efficace ma anche articolato come organizzazione moderna”. Pronti, si parte.

 

“Discontinuità? Rai3 vuole diventare la rete del racconto della realtà, dell’informazione, della cultura, che è un modo di fare le cose e non vuol dire solo libri o arti, del confronto quotidiano con un telespettatore che ci chiede di uscire dal derby manicheo fatto di vecchie ideologie contrapposte. La vecchia suddivisione politica delle reti Rai non c’è più e credo sia giusto mettere a fuoco una nuova suddivisione culturale più che politica. Rai1 significa molte cose, è la grande e bella rete generalista, la rassicurante rete delle famiglie. Rai2 ha uno stile più rivolto all’intrattenimento e ai telespettatori più giovani. Rai3 è  la rete del racconto della realtà, del territorio, ma anche della sperimentazione”. Sì, ma quale? “Anche quella dei linguaggi. Del come si racconta, e non solo del cosa si racconta. Se vedi serie come Making a Murderer o The Jinx, la migliore dell’anno, capisci che puoi raccontare tutto, dal crime, ai personaggi, alle storie piccole e grandi, se usi  un modo di raccontare contemporaneo, il famoso linguaggio. Ma ci vorrà un po’ di tempo. Le documentary stories non si improvvisano.  E’ come avere un racconto di Truman Capote sullo schermo: si mescola un plot che funziona, un’informazione di qualità, scrittura, grande montaggio”. Ci vuole dire che al posto di “Ballarò” ci sarà una serie tv?

 

“La domanda su ‘Ballarò’ me l’aspettavo, ovviamente. Posso dirlo? Massimo Giannini in questi due anni è stato eroico. Sfido io a trovare un altro giornalista senza esperienza in tv capace di tener botta con un format che era logoro da anni. Quando Floris ha lasciato improvvisamente Rai 3 andandosene con tutti i suoi autori il mio predecessore Vianello ha avuto credo tre settimane, c’era pure agosto di mezzo, per mettere insieme una nuova squadra. Hanno fatto tutti i miracoli, ma non si ripensa un format in tre settimane. Quando sarà il momento giusto parleremo di ‘Ballarò’ e del suo brand, ci sto lavorando in queste settimane, ma la prima persona che saprà cosa diventerà ‘Ballarò’ sarà Massimo Giannini e non un giornale. Se poi vogliamo allargare il ragionamento, ciò di cui si dovrebbe parlare è che senso ha oggi mandare in onda format di talk-show chilometrici che appartengono a un’epoca storica diversa, di grande conflittualità e di grandi polarizzazioni che non ci sono più”. Il solito Berlusconismo contro anti berlusconismo?

 

“Non vale solo per la televisione. Anche per i giornali, anche per la politica, anche per l’editoria. La polarizzazione tra ideologie ha funzionato come un doping e una volta finito il doping i problemi di contenuti sono venuti a galla. Che senso ha fare talk-show che durano tre ore? Guardate in giro per il mondo. Solo in Spagna e in Turchia ci sono talk d’informazione politica che durano più di un’ora. Ma al massimo durano novanta, cento minuti. Dovremmo rinunciare a format tirati per le lunghe a favore di format più corti. Pochi ospiti, velocità, ritmo, messaggi immediati”. Sento che arriva la notizia. “La notizia è che un talk che comincia alle 21,10 non finisca oltre le 23,30”. Solo questo? “No, anche altro. La notizia è che su Rai 3 ci saranno due strisce quotidiane. Una di satira e informazione dopo le 23,30, in seconda serata, e una in access prime, come si dice, ovvero tra le 20 e le 20,30 circa. Una striscia di informazione politica, con le notizie di giornata commentate”.

 

Niente più cibo? Niente più reportage sull’olio di palma? Niente più inchieste sulle bistecche? Sorriso. “So a cosa ti riferisci. Se la domanda è niente più ossessione per gli ascolti posso dire che sì, ci proveremo. Ho passato ventuno anni, tra Mediaset e La7, a lavorare in aziende private ma il servizio pubblico è qualcosa di diverso. Ha il dovere di raccontare, di informare, di includere, ma anche di provare a rompere qualche schema e provare a sperimentare nuovi formati. Ci vorrà un po’ di tempo, ma mi piacerebbe poter dire che non ci sarà più nessun programma che verrà chiuso o sospeso per questioni legate esclusivamente agli ascolti. Il servizio pubblico deve credere in quel che fa. Per arrivare a grandi successi come quelli dei programmi di Alberto Angela, Federica Sciarelli, Riccardo Iacona, Milena Gabanelli o Fabio Fazio, campioni da prima serata di Rai3, serve tempo, cura, gruppi di lavoro che si mettono in discussione e si reinventano a ogni stagione, come fanno i loro. Serve del tempo, lo ripeto, e bisogna partire dai contenuti, considerando poi che, per come è fatto l’Auditel, più un format è corto e più è difficile avere degli ascolti importanti. Se bisogna sperimentare lo faremo anche a costo di perdere qualche punto. Il problema non è quello. Il problema è fare prodotti che piacciano al pubblico non solo in base a criteri numerici ma anche in base a criteri di cura, senso, e anche di bellezza. E’ sempre il pubblico che giudica, ma il giudizio non può essere legato soltanto a una percentuale”.

 

Facciamo notare a Daria Bignardi che nell’immaginario collettivo Rai3 non è solo sperimentazione ma è anche altro: è battaglia, è Tele Kabul, è la rete dell’impegno non solo culturale ma anche politico e sarebbe interessante capire, ecco la domanda, in che modo la Rete più politica che c’è rifletterà il mondo che la circonda, e dunque il governo, Renzi, il referendum e tutto il resto. Il direttore di Rai 3 capisce dove vogliamo arrivare e prova a spiazzarci.

 

“Non è più l’epoca delle lottizzazioni, dei politici che mandano pizzini con le raccomandazioni ai direttori. Non parleremo solo a una parte del paese, parleremo a tutti, senza partigianeria, con pluralismo, raccontando il Paese e senza farci influenzare”. Stava per dire a schiena dritta? “Ci siamo capiti…!”. E altre anticipazioni? “Ve ne ho già date tantissime!”. Progetti concreti? “Posso dire che ci saranno, nel nuovo palinsesto, nuovi progetti di sei puntate e altri di quaranta puntate. Che parleremo anche di esteri, di islam, di religioni. Posso dire che sperimenteremo serie tv sullo stile di quella che andrà in onda in primavera su Mafia capitale, realizzata da Claudio Canepari”.

 

Più serie tv sul modello “Gomorra” che sul modello “Un Posto al Sole”?
“Credo voi abbiate frainteso le parole di Saviano…”. Poco da fraintendere: Saviano teorizza la superiorità antropologica di Gomorra. “Non credo. Sono prodotti diversi. Roberto Saviano ha solo detto che Gomorra racconta il Male e che il Male esiste. ‘Un posto al Sole’ è un must della rete, ma di certo la sua missione non è raccontare il Male, anche se non ignora l’attualità, anzi, uno dei motivi del suo successo è legato al fatto che racconta territorio e attualità. E lo fa da vent’anni. Si può sempre migliorare, e lo faremo anche con un Posto al Sole, se trovo le risorse per aggiornare, magari, le telecamere e la fotografia. E anche la scrittura, certo”.

 

Ma quando Bignardi pensa a chi guarda Rai 3 a chi pensa? “Oggi penso a mia suocera!”. Cioè? “Oggi il pubblico medio è rappresentato da una professoressa di italiano, colta, curiosa, impegnata, di un’età vicina ai sessanta anni”. Sessanta? “Sessanta sì. Non dobbiamo nasconderci. I giovani, i ventenni e i trentenni, non guardano la televisione. Guardano i video in streaming, sul telefono, sui computer, ma non considerano la televisione come un oggetto che fa parte della loro vita. Vorremmo riuscire ad abbassare almeno di cinque anni l’età media del telespettatore di Rai3 e per questo credo siano importanti programmi come ‘Gazebo’. Hanno una vocazione minoritaria, certo, ma parlano a un pubblico diverso che anche grazie a questi programmi si avvicina per la prima volta alla tv”. Provochiamo: e imporre vestiti dai colori tenui, pantaloni, poche gonne e tacco basso aiuterà in questa strategia? “Ho letto sui giornali che avrei fatto un editto!”. Falso? “Abbiamo ragionato su alcuni cambi di stile. Cambieremo nei programmi del day time le scenografie, le grafiche, le luci, e abbiamo pensato anche di ragionare su uno stile aggiornato per chi andrà in onda. Senza troppe cofane in testa o cravattoni. Accortezze, eleganza. Nessun’imposizione, è una condivisione semmai: la pensiamo tutti così ed era arrivato il momento di farlo: nulla di più dai”. Pausa. “Abbiamo finito?”. Sì. “Noiosa?”. Funziona. “Non lo so, io non mi sarei mai invitata alle ‘Invasioni barbariche’, non so quante interviste farò…”. Di tempo ce n’è. “Non so. Alla fine del mio contratto mancano due anni e nove mesi, spero che saranno i miei programmi a parlare”. Due anni e nove mesi, ma è già un conto alla rovescia. “Non lo è, è solo realismo. A differenza di un tempo oggi i direttori di rete non hanno un contratto a tempo indeterminato. Noi siamo a tempo. Contratto di tre anni. Si giudica il lavoro e stop. E poi si vedrà”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.