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Sono Radicale, non grillino. E mi candido sindaco contro il finto bipolarismo

La Milano di Beppe Sala e Stefano Parisi. I referendum ecologici, la strana consonanza con i grillini del M5s. Intervista a Marco Cappato

26 Maggio 2016 alle 17:52

Sono Radicale, non grillino. E mi candido sindaco contro il finto bipolarismo

Marco Cappato (foto LaPresse)

Milano. “Da evitare come la peste”. Che cosa: il partito della nazione? “Da evitare come la peste è un’altra stagione di finte contrapposizioni, Renzi contro gli antirenziani, fasulle e dannose come quelle tra Dc e Pci, e poi tra Berlusconi e antiberlusconiani. Una menzogna che ha permesso ai partiti di s-governare per decenni”. D’accordo, ma a Milano, con due candidati moderati e due schieramenti definiti, non è un po’ diverso? “Fingiamo di avere un sistema anglosassone. A Milano non è diverso”. Pensare di parlare soltanto di Amministrative, con Marco Cappato, è inutile e incongruente. Nei motivi della sua candidatura a Milano con la lista “Radicali con Cappato sindaco – federalisti laici ecologisti” c’è di tutto, compresa molta politica. Inoltre oggi Cappato – che tra le varie cariche è anche presidente dal 2015 del movimento Radicali italiani – è lui stesso molte cose insieme: tutto si tiene, molto si sovrappone. E’ parte in causa nelle divisioni (“uno scisma”, secondo Maurizio Turco) del movimento che fu di Marco Pannella; è candidato alle Amministrative, ma col sospetto per alcuni di usurpazione, o illecito utilizzo, del simbolo “Radicali” (i Radicali non si presentano con quel marchio alle elezioni). Cappato è poi un agitatore referendario in una città che preferisce lasciare fare agli amministratori. Infine ha assunto più di una posizione da grillino di complemento. Come per il ricorso sull’ineleggibilità di Beppe Sala (uno vince le primarie, e voi provate a farlo fuori per un cavillo? “Ci sono fior di motivi, vedrai”), portato avanti con la stessa tigna con cui fece la campagna contro “Firmigoni”. Poi chiede e ottiene multe ai partiti per i manifesti elettorali affissi fuori dagli spazi (“ma il risultato è che, oggi, a Milano non ne vedi uno fuori posto”). Infine, nella sua lista ha candidato due parlamentari eletti nel Movimento cinque stelle: Luis Alberto Orellana e Mara Mucci. Affinità.

 

Che rapporto c’è tra partito della nazione, Pannella, il grillismo, l’eredità radicale? Partire dalla testa (laddove il pesce, eventualmente, puzza). Il nasone fino di Marco Cappato sentenzia: “Voi al Foglio siete entusiasti di un presunto schema anglosassone, destra moderata contro sinistra moderata, che a Milano si incarna in Parisi e Sala”. A voi invece non piace, vi siete candidati contro. Eppure è bipolarismo, governabilità, schieramenti opposti. Non vi piace perché, chiunque vinca, sembra un candidato da partito della nazione? “No, non è questo. Il problema è che da 25 anni, in Italia, facciamo finta di avere un bipolarismo anglosassone, ma è falso. Abbiamo un sistema partitico-proporzionalistico, persino il premio di maggioranza è una funzione del proporzionale. Questo rafforza solo i partiti, i quali poi vanno come sappiamo. Io mi candido contro questa finzione”. Però a Milano, e qui non è una partita nazionale… “Sala e Parisi sono due manager: ma del parastato, manager con i soldi pubblici. Parisi: da Albertini a Fastweb, a Confindustria. Sala: Telecom, Expo. Che si presentino come alternativi, e soprattutto come esterni a questo sistema, è una bugia. Poi, se dobbiamo dettagliare: Sala fa male a puntare così tanto sulla sponda pubblica, il rapporto col governo. E’ consigliere non dimissionario di Cdp, la quale è parte in causa di Expo e di quella Sea che il comune dovrebbe privatizzare. Sala faccia chiarezza su queste cose, anziché vantare i buoni rapporti con Delrio. Parisi ha meno problemi in questo senso, qualche idea buona sul federalismo di bilancio, una visione più liberale. Ma poi, e io l’ho visto per cinque anni a Palazzo Marino, sarà soggetto alle pressioni della Lega, che è un partito ormai nazionalista, antifederalista, non liberale”.

 

Politica alta, come si dice. Resta da capire perché, per la sua battaglia, l’esponente radicale, il tesoriere dell’Associazione Coscioni, abbia scelto di accentuare certi toni antipolitici. Tipo stare appresso alle pagliuzze degli altri, oppure presentare 20 referendum consultivi, persino sulla riapertura dei Navigli, i trasporti, il verde, l’energia. Sembra la logica  “uno vale uno”. Però c’è una città che dovrà decidere su cambiamenti urbanistici importanti, su investimenti colossali privati e pubblici. Non suona antipolitica? “Vuoi sapere se sono come i Cinque stelle? No, loro sputano contro le istituzioni, la politica. Io voglio che diano il meglio. Inoltre loro parlano di democrazia diretta, ma la praticano solo al loro interno. Per loro riguarda il rapporto tra iscritti ed eletti, la Casaleggio è un organizzazione di marketing elettorale. In più, dicono che ci sarà la democrazia diretta solo quando avranno il 51 per cento. Ma questo è Rousseau, è una visione totalitaria. Io invece dico che la democrazia diretta si inizia a farla adesso, con le cose che si possono fare. Però le loro battaglie sulla trasparenza, le regole, le rivendico come mie”. Ad avvicinarvi avete anche una visione un po’ antisviluppista, non proprio roba adatta a Milano. “Il nostro programma è la riconversione ecologica, un’idea bellissima di Alexander Langer. Proponiamo un grande progetto di conversione ecologica e sociale degli investimenti comunali: bisogna disinvestire da aeroporti, autostrade, energia (le grandi partecipate pubbliche, ndr), e investire nella ristrutturazione delle case popolari, il verde eccetera. Non è decrescita felice”. Milano è anche una prova generale per un ruolo politico nazionale? “La mia sfida va oltre Milano, certo. Ma perché siamo federalisti, crediamo nel federalismo dall’alto, il Partito transnazionale, e quello dal basso, che parte dall’unità minima che è la città. Siamo per il federalismo fiscale dei comuni, la sussidiarietà. Questo è il nostro modo di fare la politica”. Da imporre anche al resto del movimento? “Non c’è una eredità che uno ha, e uno no. Si può essere d’accordo su un tema, in disaccordo su un altro. Non ci sono ortodossie né espulsioni. Ci sono solo gli obiettivi dei Radicali, ognuno proverà a ottenerli come vuole”.

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