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Grillo e l’impossibilità di governare. Fenomenologia breve di Chiara Appendino

Per adesso Chiara Appendino assomiglia al genere grillino dei Federico Pizzarotti, a quelli cioè che sono un po’ contro ma pure stanno dentro. Le acrobazie della candidata grillina a Torino per sconfessare il grillismo e superare la cultura del vaffa (l’è dura).

25 Maggio 2016 alle 11:21

Grillo e l’impossibilità di governare. Fenomenologia breve di Chiara Appendino

Beppe Grillo (foto LaPresse)

Roma. Non ha aderito al patto di sangue, al contratto che a Roma Virginia Raggi è invece corsa a siglare con i Casaleggio, e dunque s’è messa a ridere quando i giornalisti le hanno parlato di quella multa da centocinquantamila euro che l’inconoscibile “staff” di Milano, fedele a un’antica ossessione del fondatore (“serve un algoritmo: se tradisci il programma vieni espulso”), pretende venga comminata agli eventuali e futuri dissidenti eletti del M5s. E così, quando le hanno chiesto se da sindaco di Torino avrebbe mai sottoposto i suoi provvedimenti amministrativi e le nomine all’approvazione della Casaleggio Associati, l’azienda privata che determina la linea politica del Movimento, lei ha messo su il tono di voce piano delle cose apparentemente ovvie: “Credo che i sindaci debbano lavorare in autonomia”. E insomma Chiara Appendino, trentunanni, candidata sindaco del M5s a Torino, borghesia colta e produttiva della città (marito e padre noti imprenditori), laurea alla Bocconi e buon uso della lingua italiana, per adesso assomiglia al genere grillino dei Federico Pizzarotti, a quelli cioè che sono un po’ contro ma pure stanno dentro, apparentemente diversi eppure iscritti al blog, quel tipo di amministratori e militanti che il M5s forse conosce più al nord che al sud, quelli che sanno scrivere e anche far di conto, che conducono la campagna elettorale senza insultare gli avversari e sanno conservare un atteggiamento distante e contegnoso nei confronti del disordinato ondeggiare e tumultuare di Beppe Grillo. Tutto un genere di uomini e donne, sindaci e parlamentari, che di solito, per la verità, o sono stati espulsi o sono stati isolati, tra minacce e rinfacciamenti.

 


Chiara Appendino, candidata sindaco del M5S a Torino (foto LaPresse)


 

E così, mentre Raggi spinge la propria dissipazione fino al punto di confessare ad Alessandro Gilioli che “se me lo chiede Grillo lascerei il comune”, Appendino al contrario stupisce tutti con una banalità che soltanto tra i grillini può diventare dettaglio sedizioso: “Sono gli elettori a scegliere il sindaco”. E dunque se Raggi presenta la sua squadra a Roma, e ci mette dentro le colonnelle del blog, cioè Roberta Lombardi e Paola Taverna, le più fidate di Casaleggio padre (e ora di Casaleggio figlio), lei, al contrario, tra lazzi e mugugni della casta anti-casta, chiama in squadra degli urbanisti, dei professori universitari, degli ingegneri del Politecnico, tutti estranei alla setta: “E chi l’ha detto che devono essere dei cinquestelle?”. E quando, dal palco di uno spettacolo in teatro, Grillo ha messo in fila parlamentari e consiglieri comunali del M5s piemontese per cacciargli in bocca dei grilli essiccati, “questo è il mio corpo”, Appendino è stata la sola a ritrarsi con un sorriso schifato, mentre gli altri masticavano servili: “Mi dispiace, allatto”. E allora l’unica cosa che sembrano avere in comune lei e Raggi è quel genere d’avvenenza femminile quieta, qualche volta assente, comunque non vistosa delle giovani mamme italiane.

 

Per il resto, la candidata romana ha giocato il gioco del moralismo contro la casta – malgrado le fotocopie nello studio di Cesare Previti – e per questo ora vola con grandi e democristianissimi piedi di piombo attraverso la città burocratica: “Non licenzieremo nessuno”, “i dipendenti pubblici sono una risorsa”. Mentre Appendino, che non recita la patetica nostalgia della virtù, e certo ha il vantaggio d’essere a Torino, città capace di stare al mondo e di affrontare il disagio del mondo, parla d’impresa, di “vocazione industriale e produttiva”, di libertà e di sviluppo economico. “Mio padre ha fatto carriera in un’azienda importante. E’ una colpa? Non credo”. E insomma lei ha già scoperto, come Pizzarotti fece per primo a Parma, che governare è una cosa diversa dal mandare a vaffa, e che ai Casaleggio si può talvolta anche dire di no. Pizzarotti è stato sospeso dal M5s. E la notizia è che forse non lo cacciano. Forse. Di Chiara Appendino che sarà?

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