Capezzone: "Pannella tentò una rivoluzione liberale a tutto tondo"

Redazione
Il deputato di Conservatori e riformisti (ex radicale) ricorda alla Camera il leader scomparso: "Dall'economia alla giustizia, la sua fu un'operazione mai provata prima in Italia".

Signora Presidente, depongo anch'io i sassolini della memoria e della gratitudine per gli anni che ho avuto l'onore di trascorre accanto a Marco Pannella, dal 1998 al 2006. Due osservazioni: la prima, per conoscere e capire un artista, come Picasso, magari, occorre studiare i suoi periodi, quello blu, quello rosa, quello africano, il cubismo e così via. Ecco, anche Marco, pur nella continuità assoluta di alcune linee guida, in primo luogo le regole, la democrazia, lo Stato di diritto, ha avuto tanti periodi, tante stagioni. Sarei intellettualmente disonesto a farne prevalere uno solo, quello in cui mi riconosco di più.

 

Ma, allo stesso modo, non credo aiuti la comprensione storica e politica, come a volte è avvenuto in questi giorni, espungere e, per così dire, rimuovere una stagione. Mi riferisco al lungo arco che va dal 1992 al 2005, quando Pannella, accanto alle grandi e tradizionali battaglie per i diritti civili, tentò un'operazione mai provata prima in Italia con quella completezza di visione. E non si tratta solo di economia, è stato molto di più: un tentativo di rivoluzione liberale a tutto tondo su istituzioni modello anglosassone, economia e giustizia, con un appello diretto al ceto produttivo e a tutti gli outsider rispetto all'Italia dei garantiti, e anche con un attacco politico allo status quo, al vecchio sindacato, alle ossificazioni corporative, alla foresta pietrificata della società italiana, mi sia consentito, in primo luogo, alla sinistra più vecchia.

 

Da quella stagione potevano scaturire due esiti alternativi, ed entrambi sarebbero stati un successo per l'Italia: la nascita o di una sinistra liberale davvero nuova o di una destra liberale e riformatrice di matrice thatcheriana. Non è successa né l'una né l'altra cosa purtroppo e occorrerà riflettere sul perché: assenza di libera circolazione delle idee, inadeguatezza degli interlocutori politici, errori di Marco e di chi, come me ed altri, gli è stato vicino in una parte di quella stagione. Ma lui ci aveva provato e aveva visto giusto.

 

La seconda osservazione, più personale se è consentito, è la seguente: Marco non era un santone come grossolanamente dicevano alcuni dei suoi avversari. Non era certo un santo ma soprattutto, consentitemi, non era un santino come alcuni lo hanno ricordato in questa settimana. Da qualche parte ho colto un desiderio di normalizzarlo, di omologarlo scegliendo sempre le parti più politicamente corrette, secondo i canoni di alcuni, della sua complessa biografia politica. Errore grave, secondo me. Marco prese molto sul serio il monito di Pasolini contro il conformismo e l'incoraggiamento del poeta ai radicali ad essere sempre irriconoscibili nel senso migliore del termine. Non dimentichiamolo mai.

 

Daniele Capezzone, deputato di Conservatori e riformisti

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