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La memoria di Falcone rovinata dai professionisti dell’antimafia 2.0

Ha senso continuare a partecipare a commemorazioni che nel tempo hanno conservato le forme del rito ma che rischiano di veder cambiato il proprio significato? Chi ha fatto dell’antimafia una tuta mimetica per tornaconto personale e interessi individualistici. Ci scrive Faraone

24 Maggio 2016 alle 15:32

La memoria di Falcone rovinata dai professionisti dell’antimafia 2.0

Giovanni Falcone

Al direttore - Mi capita sempre più spesso, da qualche anno a questa parte. Mi capita di vivere i giorni che precedono il 23 maggio con un interrogativo interiore difficile da mettere a tacere: ha senso continuare a partecipare a commemorazioni che nel tempo hanno conservato le forme del rito ma che rischiano di veder cambiato il proprio significato? Me lo chiedo non come fossi un personaggio di morettiana memoria – “mi si nota di più se non vengo o se vengo e rimango in disparte?” – ma perché vivo sulla mia pelle un senso di smarrimento che un uso distorto dell’antimafia ha alimentato in questi ultimi anni. Seduti dietro i banchi lignei dell’aula bunker ci sono sì i ragazzi, ma ci sono anche le istituzioni. E, in un clima generalizzato di dubbio e di diffidenza, ci si guarda intorno e ci si chiede se in quella enorme stanza siano tutti puri e senza macchia o se presto il nome di uno di loro comparirà in un titolo a sei colonne di un giornale della cronaca regionale. Non soltanto nella “facile” e identificabile foto segnaletica di un mafioso o di un killer sanguinario, ma magari in quella più contraddittoria di un commerciante antiracket che chiede il pizzo. O di un magistrato che gestisce i beni confiscati come fossero sua proprietà. O di un giornalista che ricatta usando la sua telecamera come clava. O di un politico o di un imprenditore che tanto più forte gridavano quanto facesse schifo la mafia, quanto più ne acquisivano le caratteristiche identitarie. Una marmellata incomprensibile in cui diventa praticamente impossibile distinguere le guardie dai ladri.

 

Un ragazzo che ho conosciuto qualche tempo fa mi ha raccontato di aver smesso di frequentare la messa la domenica perché ogni volta che metteva piede in chiesa faticava a seguire le parole del sacerdote, intento com’era a guardare tra i banchi, assorti in silenziosa preghiera, i signorotti e mafiosi del quartiere. “Dimmi tu che ci andavo a fare ché quell’ora la passavo a stare male”, mi ha detto una volta con gli occhi irati e delusi. Questo lungo preambolo per dire perché era giusto essere comunque all’aula bunker e celebrare il ricordo di Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia 24 anni fa. La Sicilia è un teatro di guerra, terra martoriata e costantemente depredata delle sue migliori risorse. Costretta alla rassegnazione e alla diffidenza. Ho usato il presente indicativo non a caso. Nel 1992 le autostrade saltavano in aria portandosi dietro corpi umani per effetto di cariche di tritolo fatte esplodere a orologeria. Oggi che non si spara più – o lo si fa meno, considerando il caso del coraggioso presidente del Parco dei Nebrodi, Antoci – l’isola continua a essere terreno di razzìa per quei professionisti dell’antimafia 2.0 che hanno preso un patrimonio culturale, costruito con fatica e impegno nei decenni, e l’hanno svuotato di senso (o almeno hanno provato a farlo) e a svilirlo, facendo dell’antimafia una tuta mimetica per tornaconto personale e interessi individualistici che con la legalità non avevano nulla a che fare. E se tutto questo è avvenuto, sarà impopolare dirlo, ma la colpa è anche nostra. La Sicilia è stata la terra della mafia ma anche e soprattutto la terra che con le sue sole forze ha saputo sviluppare antidoti a questo male corrosivo. Se non vogliamo disperdere questo patrimonio, un patrimonio oggi nazionale e mondiale, dobbiamo smettere di delegare ad altri uno sforzo che tutti dobbiamo compiere ogni giorno. Pio La Torre, Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino non sono figure di un pantheon alle quali votarci in giorni rossi del nostro calendario pagano, sempre con profonda commozione, sempre con la convinzione che mai saremo capaci di fare altrettanto. Perché questo atteggiamento rischia di trasformarci in “fan” o devoti più che in “figli”. Perché questo atteggiamento ci rende bisognosi di una guida, morta o viva che sia, e possibili prede di maestri e santoni autoproclamatisi all’occorrenza. Chi la mafia ha ucciso perché scomodo oppositore non era un eroe dell’immaginario collettivo. Mettiamo da parte i retaggi dell’infanzia, che pure tornano di moda al cinema: Pio La Torre, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Piersanti Mattarella, Paolo Borsellino non sono figure alla stregua di Jeeg Robot, il robot d’acciaio destinato a difendere l’umanità dai perfidi mostri, che popolava le nostre fertili menti di ragazzini degli anni ’80 e ’90. Sono uomini che la mafia ha eliminato perché stavano costruendo mezzi e strumenti a disposizione dell’intera cittadinanza per arginare e debellare la criminalità organizzata. Una criminalità organizzata che si è giovata del bisogno per crescere e radicarsi sempre di più. Esattamente come l’antimafia di facciata di oggi. La legge sui beni confiscati, il carcere duro per i mafiosi, il patrimonio legislativo di cui disponiamo oggi sono gli strumenti che, ciascuno per la propria parte, chi è stato vittima della mafia nella nostra terra ha voluto mettere sul tavolo da lavoro delle generazioni future. E sono questi i binari del nostro ricordo. E devono essere questi. Più delle parole di tanti paladini che dall’alto di piedistalli di volta in volta diversi indicano la strada ai cittadini, per poi percorrerne una personale che li conduca dove vogliono arrivare.

 

Un patrimonio legislativo, di coscienze e mentalità, edificato sotto fiumi di sangue innocente e messo a disposizione di tutta la comunità mondiale perché sia non un monumento ma una casa da abitare. La mafia non è solo, non più, una macchia indelebile nel dna dei siciliani. La mafia oggi ha pervaso settori della società civile da Nord a Sud, lungo i confini nazionali, travalicando Paesi e continenti. La mafia oggi è a Roma, è a Milano, è in Spagna o negli Stati Uniti. E gli strumenti che le vittime di mafia hanno lasciato non sono bagaglio culturale dei soli siciliani ma hanno valenza universale. Gli scenari non sono più quelli degli anni post stragi del ’90, quando testimonial della legalità andavano nelle scuole del Settentrione del Paese a parlare di criminalità organizzata e le orecchie degli studenti risuonavano di personaggi, atmosfere, ambienti e metodi che risultavano non meno esotici del racconto delle scorribande dei pirati al largo dei Caraibi. Un percorso che in quegli anni poteva apparire inutile e incomprensibile, ma che invece è stato fondamentale per far sì che quelle generazioni acquisissero una consapevolezza che noi nati prima delle morti plateali di mafia non avevamo affatto. Un bambino di dieci anni di oggi ha una conoscenza del fenomeno mafioso, una lucidità e una capacità critica che io – e con me tutti quelli del mia generazione – alla sua età non avevo, non potevo avere. Abbiamo fatto dei passi in avanti straordinari e non possiamo permetterci di disperdere quanto fatto finora sotto il peso del relativismo e del qualunquismo. Appena qualche giorno fa una bambina di una scuola di Palermo mi ha chiesto, nel corso di un’occasione pubblica, “i lupi sono in via d’estinzione. E i mafiosi?”. Sono andato all’aula bunker da palermitano e da Sottosegretario all’Istruzione proprio per quella bambina. Perché non voglio arrendermi alla confusione costruita ad hoc dagli antimafiosi 2.0. Non voglio lasciare spazio dentro di me a quel senso profondo di disillusione rispetto a un processo virtuoso. L’antimafia non ha fallito. Hanno fallito tutti coloro che l’hanno utilizzata come una lavatrice, per entrarci dentro sporchi e ripulirsi agli occhi dei cittadini. Dobbiamo eliminare le mele marce e restituire a quella parola – della quale non esistono sinonimi – il significato primigenio e la forza delle origini. E dobbiamo farlo dalla scuola, dialogando con quei ragazzi che la storia di Falcone la conoscono per i racconti dei genitori o per aver preso parte a una manifestazione in aula bunker. Perché è nella scuola che l’antimafia ha il suo percorso più duraturo e di lungo termine. Certamente meno immediato negli effetti, ma sicuramente più efficace per la società.

 

 

Davide Faraone è deputato del Pd e sottosegretario di stato del ministero dell’Istruzione

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