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Sala e Parisi, diversi diversi

Gran dibattito fogliante a Milano con i candidati sindaco, dove si capisce che la sinistra, per quanto renziana, e il centrodestra liberale non sono la stessa cosa. Forse ognuno ha la coalizione che non si merita.

20 Maggio 2016 alle 21:00

Sala e Parisi, diversi diversi

Giuseppe Sala e Stefano Parisi (foto LaPresse)

Milano. Beppe Sala non è venuto con i calzini rossi portafortuna di Pisapia vinti alla riffa elettorale. Stefano Parisi non è venuto senza bicicletta, ché fuori i ciclocivili di città lo accusano (chissà perché) di voler abolire le piste ciclabili. Claudio Cerasa, direttore del Foglio, è venuto (idealmente, neh) con la sagoma cartonata di Homer Simpson. Quello del famoso episodio, ormai un trattato di Politoligia nazarenica, in cui il vecchio Homer, stremato da un dibattito tra Bill Clinton e Bob Dole, strappa la maschera a entrambi: e sono la stessa persona. Fine delle note di colore, ma eravamo pur sempre in un gran teatro di Milano. E senza timore di imbrodarci, dobbiamo dirlo: venerdì il Foglio al Franco Parenti di Milano ha messo in scena una bella operazione verita’: a dispetto delle leggende metropolitane e di Homer Simpson Parisi e Sala sono due candidati proprio diversi. Sono due moderati, sono due riformisti, su qualche tema hanno parole d’ordine sovrapponibili, perché solo gli estremisti (tu beccati il tuo Salvini, e tu cuccati i tuoi Varoufakis) partono per la tangente. Beppe Sala dice spesso “straordinario”, del resto è il candidato del campione in carica. Stefano Parisi è aggressivo come non avresti detto, a tratti gigione.

 

Innanzitutto ci sono le squadre (Beppe è dell’Inter, Stefano della Roma: ma non stiamo parlando di questo). Parisi va all’attacco: la squadra di Beppe è la squadra di Pisapia, il mito della continuità significa continuità con una giunta che non ha scelto, non ha cambiato la città, ha aumentato le tasse… La squadra di Stefano? Per Beppe trattasi di finire con le mani legate ammanettato a Salvini, uno che dice che bisogna uscire dall’Europa, e sarebbe la morte di Milano. Presentate le squadre, scaldati i guantoni, ci sono le caratteristiche generali. La volete l’Europa, voi milanesi, stuzzica Cerasa: e allora stareste con Corbyn o con Cameron? Cameron tutti e due, tutta la vita (no, non è il Nazareno, è il senso intelligente di un pragmatismo riformista). Trump o Clinton? Sala va tranquillo, viva Hillary. Parisi ha una colazione che pesa sulle spalle, tocca glissare su Trump, tocca prenderla alla larga sul referendum costituzionale. Il problema è questo, e ve lo avevamo già detto: Sala ha dietro di sé una parte politica, forse anche un circolo delle idee. Parisi deve tirarsela dietro, una coalizione che su tante cose non sa nemmeno dove andare. Anche se ha sentire gli applausi in sala, che sembrava quando la Roma gioca all’Olimpico, il cuore fogliante dei lettori di Milano s’è capito da che parte batte.

 

Poi c’è là realtà dei fatti. E allora si capisce che la sinistra, per quanto renziana, e il centrodestra liberale di Parisi non sono la stessa cosa. Beppe Sala ha una visione che chiama le periferie, che non vuole aumentare il cemento di Milano, che vuole l’investimento pubblico, anche sulla cultura (il teatro di periferia), lavora un po’ di conserva, parla di una città che è già il migliore dei mondi possibili. Parisi vede forze da liberare, tasse, se non da abbassare, da razionalizzare (e lo si fa dando respiro alle imprese, levando controlli folli e burocrazia arpia). Gemelli diversi? No, diversi diversi. Solo che invece di strilli e insulti, siamo pur sempre a Milano, si declinano visioni d’insieme, idee di città.

 

Diversi, soprattutto, quando si parla di sicurezza e politica estera. Parisi sa dove stare, senza se e senza ma, con le democrazie e l’occidente. Sala è occidentale quanto Parisi, of course. Ma ha una coalizione che gli candida degli strani “dialoghi islamici”, e non si sa perché, e gli tocca abbozzare, difendere. Piccola sintesi: ognuno, forse, ha la coalizione che non si merita. Non c’è applausometro che tenga, alla fine. Ma se dovesse dire la sua lo scrivente, che è un city-user e tanto non vota: quello che tifa per la squadra di Totti ha più estro, empatia. Peccato, appunto, che forse la squadra.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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