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Chi c’è nel Partito del referendum

Poteri, finanza, imprenditori, icone pop. Da Confalonieri, a Caltagirone, da CDB a Fca da Confindustria ai giornaloni (e Allegri). Perché il voto sulla riforma Boschi determina la nascita di un nuovo partito. Nomi e nemici.

18 Maggio 2016 alle 06:18

Chi c’è nel Partito del referendum

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi (foto LaPresse)

I nemici sono chiari e sono alla luce del sole e i volti che a poco a poco si affrettano a salire maldestramente sullo sgangherato carro del partito del no, del no a Renzi, del no al referendum costituzionale, del no all’Italicum, del no al metodo della rottamazione, sono lì in formato armata Brancaleone e, da Brunetta a Di Maio passando per Ingroia, Travaglio, Settis, Zagrebelsky, Davigo, Morosini, Camusso, Fassina, Meloni, Salvini, Emiliano e i Fusaro d’Italia, ormai quei volti li conosciamo tutti. E’ l’allegro Partito dell’altra nazione, e gli auguriamo di cuore molti allegri e gioiosi bunga bunga costituzionali. Sull’altro partito, invece, su quel partito al momento silenzioso che ha individuato nel referendum di ottobre un’occasione unica e forse irripetibile per permettere all’Italia di entrare in una nuova fase storica di inedita governabilità si sa invece poco. Ma giorno dopo giorno gli alleati espliciti o impliciti del presidente del Consiglio iniziano a emergere alla luce del sole e in molti, con logiche trasversali, si stanno iscrivendo a quel Partito del referendum (Pdr) da cui dipende la vita politica del governo Renzi. I Giorgio Napolitano, i Sergio Mattarella, i Sabino Cassese rappresentano un appoggio certamente utile per il presidente del Consiglio ma per combattere una battaglia importante il premier ha necessità di allargare il perimetro del consenso.

 

Ma a che punto è il consenso renziano e su quali pedine può far leva il capo del governo? Renzi, sulla partita referendaria, può contare sul sostegno della virtuale tessera numero uno del Pd Carlo De Benedetti, della tessera numero uno del Partito della nazione Sergio Marchionne, della tessera numero due del partito di governo John Elkann, del corpaccione della Fiat, e di riflesso dei direttori di Repubblica e della Stampa. Tra i grandi giornali anche il Sole 24 Ore, complice l’arrivo di Enzo Boccia (sostenitore di Renzi) alla guida di Confindustria, non sarà ostile al referendum. Lo stesso varrà per l’universo Rcs, e dunque del Corriere della Sera, qualora la cordata guidata da Andrea Bonomi e da Mediobanca dovesse, al netto di Diego Della Valle, avere la meglio sulla cordata alternativa guidata da Urbano Cairo e da Giovanni Bazoli. E lo stesso varrà in linea di massima anche per le reti Mediaset, considerando la buona predisposizione di Fedele Confalonieri verso il governo Renzi e in particolare ai temi del referendum costituzionale – e chissà che anche gli amici di Libero, con l’arrivo di Vittorio Feltri al posto di Maurizio Belpietro, non si iscrivano anche loro alla campagna lanciata dal Foglio (forzareferendum@ilfoglio.it) per invitare Berlusconi a sostenere una riforma che sembra scritta da Berlusconi per la semplice ragione che Berlusconi quella legge l’ha proprio scritta, salvo poi rigettarla.

 

Tra i piccoli e grandi elettori di cui potrà beneficiare Renzi nei prossimi mesi, fuori dal contesto editoriale dei grandi salotti d’Italia, arriverà poi un sostegno non solo da parte delle gerarchie vaticane (timido, nonostante l’endorsement alla riforma pubblicato la scorsa settimana su Civiltà Cattolica) ma anche da parte della Cisl, che ha necessità di smarcarsi dalla Cgil e di avvicinarsi a Confindustria, dal mondo degli artigiani della Cna e da Unipol, non a caso nella cordata con Bonomi e Mediobanca per ottenere il controllo di Rcs. Tra i grandi player protagonisti del Risiko finanziario italiano, chi conosce Vincent Bolloré sostiene che l’imprenditore bretone (che con la sua Vivendi controlla Telecom) non mostrerà ostilità esplicita verso la riforma costituzionale mentre, con sfumature diverse, mostreranno un’apertura di credito sostanziale verso il partito del referendum l’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero, il numero uno di Pirelli Marco Tronchetti Provera, il capo di Luxottica Lorenzo Del Vecchio, Alessandro Benetton, molto legato ad Andrea Bonomi, Fabrizio Palenzona (Unicredit) e Gian Maria Gros-Pietro, quest’ultimo presidente di Intesa Sanpaolo che si trova su una linea diversa rispetto a quella di Giovanni Bazoli e, seppure non esplicitamente, di Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo.

 

Nella mappa di chi dice sì al Partito della nazione renziano si trova persino qualche magistrato che non condivide la deriva anti governativa dei Davigo e dei Morosini e non è certo indifferente che per il sì alla riforma ci sia, oltre che il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, anche Raffaele Cantone. Si potrebbero aggiungere alla lista anche diversi importanti leader politici europei, Merkel in primis, che nonostante le frizioni recenti con Renzi ha già lasciato intendere di aver apprezzato gli sforzi del premier in tema di riforme costituzionali. Ma nella macchina del sì renziano verranno arruolate anche altre figure. Anche alcune icone pop che avranno un peso importante nel legittimare la nascita del Pdr (Jovanotti, naturalmente, anche Roberto Benigni, nonostante alcune frasi equivoche degli ultimi tempi, ma Renzi può pescare anche nel mondo sportivo, da Massimiliano Allegri a Cesare Prandelli). I nemici di Renzi sono naturalmente forti e possono contare, oltre che sull’apporto decisivo di Zagrebelsky, su un alleato speciale che è la magistatura politicizzata. Tutto vero e nulla da dare per scontato. Ma un fatto c’è: intorno al referendum costituzionale sta nascendo un nuovo partito trasversale che nei prossimi mesi diventerà il terreno sul quale il presidente del Consiglio proverà a far maturare quello che in molti fingono di non vedere e che però ormai esiste già. Tu chiamalo se vuoi il Pdr. Tu chiamalo se vuoi il primo embrione del partito della nazione renziano.

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