L'incontro dell'Acer con i candidati a sindaco di Roma

Il candidato sindaco che a Roma non c'è

Redazione
Anche ieri si è celebrato il tradizionale venerdì romano, riedizione 3.0 del sabato fascista. All’epoca funzionari in panciotto d’orbace, pizzardoni in tuta da ginnastica e balilla, si dirigevano sul Foro Mussolini (oggi Italico), tra militanza e vacanza.

Anche ieri si è celebrato il tradizionale venerdì romano, riedizione 3.0 del sabato fascista. All’epoca funzionari in panciotto d’orbace, pizzardoni in tuta da ginnastica e balilla, si dirigevano sul Foro Mussolini (oggi Italico), tra militanza e vacanza. L’odierno pre-weekend è invece il rito dedicato allo sciopero dei dipendenti comunali, tipo quelli mobilitati ieri dai sindacati di base, assieme ai vigili urbani che hanno sfilato in 10 mila con rinforzi da tutta Italia. Il ponte diventa lungo; lunghissimo se preceduto come giovedì dall’agitazione di studenti e docenti a cura dei Cobas. I disagi per i cittadini sono “inevitabili” e le colpe sempre di altri: una riforma, una circolare, un “disagio” non mancano mai.

 

I 25 mila dipendenti del Campidoglio e altri 32 mila delle partecipate, da Atac in giù, sono una truppa inefficiente, costosa, spesso malmostosa: ma i candidati sindaco fanno a gara nel lisciare questo bacino elettorale. Giorgia Meloni nega che 63 mila stipendiati siano troppi, bisogna “farli lavorare meglio”; rivuole anzi i bigliettai sugli autobus, versione autarchica delle carte elettroniche funzionanti nel resto del mondo. La grillina Virginia Raggi, oltre che nelle solite piste ciclabili, ha la ricetta magica nella “riconversione in operativo” del dipendente comunale. Perfino il manager-civico Alfio Marchini promette agli impiegati capitolini “un salario minimo di 1.500 euro perché con 1.200-1.300 euro a Roma non si vive”. Privatizzazioni, mercato, controlli, trasferimenti, riduzione dei travet: argomenti tabù. Per tutti. E sul malcostume del venerdì romano? Non una parola.