Matteo Renzi e Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Come rinascerà il patto del Nazareno

Claudio Cerasa
“Il referendum? Sacrosanto, ma sono preoccupato. Se vince il sì? Si vota e poi grande coalizione”. Le comunali? “Guardate i candidati: il comunismo lo ha sconfitto Renzi, mica Berlusconi…”. Parla Salvati, l’ideologo del Pd – di Claudio Cerasa

"Sa che ora che mi ci fa pensare credo di aver capito qual è la grande differenza tra Renzi e Berlusconi…". Il partito, il referendum, la giustizia, la minoranza, Grillo, il Cav., il moralismo, Pizzarotti, l’Europa, le elezioni, le amministrative, Roma, Milano, le battaglie interne, il Nazareno e la sorpresa possibile, o forse probabile, per il prossimo governo. Caro professore, mettiamo il termometro? Michele Salvati lo conoscete tutti e i lettori di questo giornale lo conoscono meglio degli altri. Salvati è un economista e un politologo. Insegna Economia politica all’Università Statale di Milano, nella facoltà di Scienze politiche, e il dieci aprile del 2003, proprio sul Foglio, è stato il primo teorizzatore del Partito democratico, che segue da tempo con affetto e attenzione. Tredici anni dopo, con un Pd trasformato, un segretario alla guida del paese, un partito in fibrillazione, un’elezione in vista, un referendum alle porte e un voto anticipato che, secondo Salvati, è qualcosa di più di una semplice tentazione ma una certezza quasi matematica, tredici anni dopo abbiamo pensato di chiedere al professor Salvati, direttore del Mulino, di mettere il termometro sotto il braccio di Renzi, e del Pd, e di misurarne la temperatura. Professor Salvati, insomma, come sta il Pd? E soprattutto, esiste ancora il Pd?

 

“Il Pd esiste ancora, eccome, anche se Renzi lo ha trasformato, dal punto di vista culturale e dal punto di vista organizzativo, con diverse e drastiche innovazioni sia sul lato dei contenuti sia sul lato della forma partito. Il Pd però si trova di fronte a una sfida cruciale che coincide più con quella del referendum di ottobre che con quella delle amministrative. Io non credo, non riesco a credere, che una parte del partito faccia campagna elettorale contro il suo segretario e sono convinto che alla fine si litigherà molto ma non si andrà oltre e che Renzi riceverà il sostegno anche della sua minoranza. Bersani e Cuperlo sono due tipi tosti e combattivi ma ragionevoli e credo che siano consapevoli che fuori dal Pd non c’è nulla che valga la pena di sperimentare e che far fuori Renzi significherebbe oggi far fuori anche l’unica speranza che ha la sinistra di vincere e governare. Viceversa, naturalmente, se all’interno del partito dovesse montare una fronda favorevole al no alla riforma non ci sarebbero alternative e la scissione a quel punto potrebbe essere difficile da evitare”. Ma questo referendum Renzi lo vince o no? “Io credo che votare sì al referendum costituzionale sia un atto meritorio non tanto per il futuro di Renzi quanto per il destino del paese. La riforma Boschi non è la migliore riforma del mondo ma è una riforma che migliora lo status attuale e che rafforza il governo in modo significativo: e non avere un governo debole è tra le altre cose il modo migliore per essere più autonomi anche dal potere e a volte dallo strapotere della magistratura. Personalmente faccio fatica a comprendere le ragioni di chi si schiera contro. O meglio, le posso capire perché, e per questo sono preoccupato, lo scenario che si sta andando a delineare per il 2016 è simile a quello registrato nel 2006 ai tempi del referendum sulla riforma costituzionale voluta da Berlusconi. La scelta di personalizzare la campagna referendaria da parte di Renzi per certi versi era inevitabile ma pone dei problemi non secondari. Il referendum sta diventando una pura scelta politica, che prescinde dai contenuti, e se la partita dovesse essere solo un pro o contro Renzi, come fu allora un pro o contro Berlusconi, non si può dare nulla per scontato.

 

I mille comitati per il sì annunciati da Renzi fanno parte del registro di una propaganda che può servire ad allarmare il paese sulle conseguenze del no ma che non so quanto possa aiutare a convincere nel merito gli elettori che la riforma sia buona. Certo: ci sono alcune differenze sostanziali tra il 2006 e il 2016. Allora Berlusconi dopo una legislatura a mio avviso inconcludente era in declino di consensi e scelse di non combattere a morte a favore per il sì. Viceversa, Renzi, anche se acciaccato e minacciato da un branco di lupi e di leoni spodestati, oggi combatte come un leone una battaglia che si svolge su un terreno diverso che, al di là della destra e della sinistra, è quella della modernizzazione del paese. Purtroppo per lui, però, l’alleanza contro è formidabile e potente e le speranze che vi sia una vittoria del sì dipendono da quanto Renzi riuscirà a dimostrare con chiarezza le ragioni che fanno del no uno scenario che porta, a mio avviso, allo sfascio del paese”. Sostituiamo il termometro con la palla di vetro. Cosa vede dopo il referendum? “La mia impressione è che il governo Renzi sia in dirittura di arrivo e la forzatura sulle unioni civili, legge che condivido, è un segnale tipico da campagna elettorale. Se il premier vince a ottobre il percorso mi sembra segnato: congresso anticipato e, a stretto giro, voto nel 2017. Sento dire spesso che le elezioni anticipate non sarebbero possibili perché i parlamentari matureranno la loro pensione a ottobre e dunque la legislatura è blindata… Tenderei a non illudermi. Renzi sa bene, non può non saperlo, che dopo il referendum si entra in una zona pericolosa per il suo governo, in cui ogni promessa non mantenuta offuscherà tutte le promesse realizzate. Non può permetterselo. Deve andare a votare subito. E poi deve fare la grande mossa…”. La grande mossa? “Questa cosa della palla di vetro mi diverte. Allora, vi dico come la vedo. Io dico che sia che il referendum passi, sia che il referendum non passi il destino è segnato: Renzi e Berlusconi, nel prossimo governo, faranno un nuovo patto del Nazareno”. Non ci dica così che lo sa che sveniamo…

 

“Ma certo, è evidente: è uno schema che non è solo nell’ambito delle possibilità ma è  nell’ambito delle probabilità”. Dica. “Il combinato disposto tra nuova legge elettorale e nuova riforma costituzionale darà sì al partito che vincerà le elezioni la possibilità di avere una maggioranza definita nell’unica Camera che sarà necessario avere per ottenere la fiducia. Ma spesso ci si dimentica di ricordare che i parlamentari in più rispetto alla soglia minima di maggioranza non sono infiniti ma sono appena ventiquattro. Se Renzi dovesse vincere le elezioni, per quanto le sue liste possano essere depurate da riottosi parlamentari della minoranza, basterà un piccolo gruppo di deputati ribelli per far cadere quel governo. Per questo credo sia probabile anche nella prossima legislatura la formazione di una grande coalizione. E lo stesso schema, ovviamente, ci potrebbe essere qualora il referendum non dovesse passare: si andrebbe al voto anticipato con un sistema misto, Italicum alla Camera e Consultellum al Senato, e un nuovo patto del Nazareno anche lì sarebbe inevitabile…”. Musica per le nostre orecchie. Ma lei, caro Salvati, crede che ci sia ancora oggi, tra Berlusconi e Renzi, un patto di non belligeranza? “Non lo credo. Credo piuttosto che sia in atto un fenomeno significativo e che riguarda proprio queste amministrative. Guardatevi intorno. Guardate i candidati di centrodestra e centrosinistra a Napoli, a Roma, a Milano, a Torino, a Bologna. Sono tutti candidati moderati, spesso sovrapponibili, e che per questo potrebbero collaborare tra loro anche durante le prossime giunte. Sono, lasciatemelo dire, tutti o quasi candidati ‘nazarenici’ che interpretano bene lo spirito di quel patto che Berlusconi e Renzi firmarono due anni fa: un’Italia moderata all’interno della quale le idee di centrodestra e di centrosinistra si diluiscono e convergono su alcuni temi cruciali. Non so se ve ne siete accorti, poi, ma la grande novità di queste elezioni è che, per la prima volta da non so quanto tempo, non esiste un solo candidato di sinistra tradizionale in nessuna grande città italiana. Mi verrebbe da dire che il comunismo, da un certo punto di vista, lo ha spazzato via più Renzi che Berlusconi…”.

 

Quanto possono pesare le amministrative sul destino del governo? “Nulla, a meno che Renzi non perda Milano”. Abbiamo scritto più volte su questo giornale che Milano rappresenta una sfida importante sia il centrosinistra (Sala uguale renzismo) sia per il centrodestra (il centrodestra unito è competitivo, il centrodestra disunito è suicida). Problema: il centrodestra di Milano è una semplice eccezione o rappresenta il futuro? “Sono pessimista su questo: credo sia il passato, almeno per il momento. Sarebbe il futuro se Berlusconi mostrasse un po’ di buon senso decidendo di appoggiare la riforma sul referendum costituzionale, che è la stessa ma proprio la stessa battaglia che avrebbe potuto vincere nel 2006. Berlusconi sa bene che se il centrodestra non si presenta unito perde. Solo che un tempo il leader incontestato era lui e poteva degradare i proclami leghisti a intemperanze che poi lui avrebbe controllato. Ora il leader non è più lui e nel suo schieramento non c’è un Renzi e non c’è nessuno che abbia uno stampo conservatore-liberale della stessa tempra mediatico-populistica di Salvini. Le sue incertezze derivano da qui. E oggi, purtroppo, se vuole vincere deve sottomettersi: Parisi e Marchini sono solo dei ballon d’essai”. Ballon d’essai come Grillo? “Io sono convinto che il Movimento 5 stelle sia un fenomeno politicamente rilevante ma culturalmente di passaggio. Il punto è che fino a quando l’Italia continuerà ad andare male e fino a che il Movimento non sarà messo alla prova non sarà possibile accelerare il passaggio da una fase a un’altra. Lo dico con un paradosso, ma neanche troppo forse. A Roma voterei per Roberto Giachetti ma allo stesso tempo sarei molto contento se al posto di Giachetti vincesse la Raggi. Sono certo che in quel modo sarebbe evidente a tutti, permettetemi il termine ma con la mia età me lo posso permettere, quale grande cazzata sovrumana è questa balla enorme del governo degli onesti”.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.