Oggi Forza Italia è schierata per il no alla riforma costituzionale al referendum di ottobre. In questa pagina Paolo Romani spiega il perché di una svolta

I segreti della fine del Nazareno

Paolo Romani
“Il nostro no al referedum? Beh, cominciamo da quel giorno del mio accordo con Lotti e Boschi…”. Il senatore Romani si sfoga e ci spiega, nel dettaglio, il “tradimento” di Renzi sul capo dello stato.

Al direttore - Nella risposta al collega e amico Renato Brunetta Lei chiama in causa una mia dichiarazione in Senato sulle riforme, pronunciata nel momento in cui Forza Italia compiva un tentativo, del quale non sono affatto pentito, di arrivare insieme al Pd ad una vera modernizzazione del nostro Paese.

 

Devo però a Lei ed ai lettori del Foglio, che sono fra i più attenti e i più critici d’Italia, qualche spiegazione, su quanto accadde allora, e su quanto è accaduto nel frattempo.

 

Solo un breve passo indietro. E’ il 2 agosto 1995 quando Silvio Berlusconi prende la parola alla Camera per pronunciare un grande intervento sulle riforme istituzionali. Quell’intervento, a vent’anni di distanza, rimane di stretta attualità. Dopo nove mesi di governo del centrodestra, durante la pausa del governo tecnico di Lamberto Dini, Berlusconi indicò con chiarezza le ragioni per le quali, chiunque avesse vinto le elezioni, non sarebbe stato in grado di governare efficacemente con le attuali regole del gioco, nate nel dopoguerra con l’obbiettivo di prevenire nuovi rischi autoritari, non certo con quello di privilegiare l’efficacia dell’azione di governo.

 

Su questo non abbiamo mai cambiato idea, come sul fatto che sulle regole e sulle garanzie in una democrazia avanzata si debba decidere possibilmente insieme, anche fra avversari che sui contenuti dell’azione di governo si scontrano ogni giorno. In questo spirito, nel 2005, quando eravamo maggioranza, offrimmo all’opposizione di collaborare con noi ad una riforma che anticipava, in modo molto più efficace, i temi toccati oggi dalla riforma di Renzi, dal superamento del bicameralismo perfetto fino alla riduzione del numero dei Parlamentari. La sinistra non soltanto rifiutò, ma volle sconfiggere la nostra riforma in un referendum senza entrare affatto nel merito, ma esprimendo soltanto una vendetta ideologica contro il centrodestra.

 

Perché ricordo tutto questo? Per richiamare il fatto che – come lei giustamente osserva – lo spirito riformatore è nel nostro Dna molto più che in quello del centrosinistra. Bisogna però fare due importanti distinzioni.

 


Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato (foto LaPresse)


 

La prima è che volere le riforme non significa affatto volere qualsiasi riforma. Una riforma che non migliora il funzionamento della macchina dello Stato e che pregiudica gli equilibri tra i poteri istituzionali non è una buona riforma. Abbiamo lavorato a lungo in Senato al testo Boschi, tanto da trasformare il Senato dei Sindaci in una Camera eletta dai consigli regionali sulla base della volontà degli elettori. Ma le modalità previste dal nuovo articolo 57 della Costituzione sono state pasticciate, consegnandoci un meccanismo ingarbugliato e per nulla chiaro della nomina/elezione dei futuri Senatori. Non si è avuto il coraggio da parte dell'esecutivo pur di non smentirsi, di definire una modalità di elezione diretta, allo stesso tempo semplice e rappresentativa, anche se di una Camera depotenziata, dalle funzioni fortemente ridotte.

 

La seconda distinzione è di scenario politico. Anche quando abbiamo immaginato di collaborare con Renzi sulle riforme, non abbiamo mai ritenuto che questo significasse cambiare il quadro delle alleanze politiche. Il “patto del Nazareno” non conteneva affatto il Partito della Nazione, non ci siamo mai neppure sognati di considerare Renzi il figlio politico di Berlusconi: non è neppure il figliastro, per contenuti e per stile.

 

Abbiamo invece provato a verificare se sulle regole e sulle garanzie si potesse lavorare insieme, fra avversari che rimanevano tali. Il Patto del Nazareno, lo si è detto un milione di volte, non è mai stato un patto scritto. Era un’agenda di temi sui quali arrivare a decidere insieme, sulle regole e le garanzie ad esse connesse. Ricordo a me stesso, perché agli altri dovrebbe essere noto, che fra le garanzie il ruolo importante e più alto è quello rico-perto dal Capo dello Stato, e che delle regole fa parte la giustizia.

 

D’altronde, come Berlusconi è sempre stato un riformatore, è sempre stato anche un attento federatore del centrodestra, e non ha mai pensato, né immagina per il futuro, di abbandonare questa linea. Non soltanto fece un miracolo nel 1994 mettendo insieme e portando al governo forze fino a quel momento marginalizzate, ne fece uno ancora più grande nel 2000, al termine della nostra lunga marcia nel deserto, facendo riprendere a dialogare Bossi e Fini quando il primo prometteva di andare a cercare i 'fascisti' di Alleanza Nazionale casa per casa e il leader di AN aveva giurato di non prendere mai più neppure un caffè con il capo della Lega.

 

Accadde, se mi è consentito un ricordo personale, ad Arcore a una riunione durante la quale pur stando seduti allo stesso tavolo i due leader non si rivolgevano la parola. Galeotto fu il vizio del fumo che, a causa dell'insofferenza di Berlusconi, li portò a ritirarsi, in una pausa della riunione, nell’unico spazio della casa nel quale era consentito fumare. Da fumatore anche io, allora, potei assistere al lento e faticoso disgelo contribuendo a stemperare con qualche battuta la tensione che – ancor più del fumo – aleggiava cupa nell’aria.

 

Eppure un anno dopo il Polo della Libertà, grazie a Berlusconi, vinceva le elezioni.
Perché racconto questo? Per dire che l’unità del centrodestra, su un programma liberale di innovazione, è sempre stato l’obbiettivo che Berlusconi ha perseguito con tenacia anche nei momenti più difficili.

 

Non rinuncerà a farlo neppure stavolta, e noi con lui.
Anche per questo non è immaginabile né uno scenario politico nel quale – al di là dei contenuti di merito – intorno alla riforma si costituisca quello che non è mai esistito, cioè un accordo politico fra Berlusconi e Renzi, né d’altra parte è possibile quello che dice il mio amico Brunetta, cioè una sorta di Fronte di Liberazione Nazionale contro Renzi in occasione del referendum. D'altronde insieme a lui stiamo proponendo, per conto di Forza Italia, comitati per il No nei quali saranno presenti tutti e solo i partiti del centrodestra, oltre a prestigiose personalità indipendenti, ma non certo riconducibili alla sinistra.

 

Una cosa dev’essere chiarissima. Il nostro No al referendum è molto netto, ma è diverso nelle motivazioni, nel significato, e nel valore politico, da quello dei Grillini, di Magistratura Democratica o del prof. Zagrebelsky, con i quali non vogliamo avere nulla a che fare.

 

Il fatto che dicano di No anche loro non significa nulla, se non il fatto che anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta. Ovvero, fuor di metafora, accade spesso in tutti i parlamenti del mondo che opposizioni diverse, con prospettive politiche opposte, votino nello stesso modo contro un governo. Stavolta accadrà al referendum contro una riforma sbagliata. Non ci vedo nulla di strano: non posso certo cominciare ad apprezzare una riforma che non condivido, solo perché non piace a Zagrebelsky.

 

Rimane da spiegare, ne sono consapevole, l’apparente contraddizione che il Foglio rileva con una mia vecchia dichiarazione. Apparente appunto perché le cose vanno contestualizzate. Quella riforma non era la riforma di oggi, ma soprattutto non era ancora collegata ad una legge elettorale che la completa e le dà un valore a suo modo organico. Non c’era il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, non c’era la soglia di sbarra-mento al 3 per cento, non c’era un metodo definito di elezione del Senato.

 

La legge elettorale, strettamente connessa con la riforma costituzionale, ha avuto e doveva avere un percorso parallelo all'interno del patto del Nazareno tanto da essere essa stessa, non la riforma costituzionale, il contenuto vero dei tanti incontri che sono avvenuti fra Renzi e Berlusconi. Inizialmente ci fu il problema del ballottaggio, accettato anche se per la nostra parte politica molto oneroso; successivamente il tema delle soglie; poi la questione delle capolistature e delle conseguenti candidature plurime; ed infine il macigno del premio di maggioranza. Renzi con la sua consueta abilità tattica riuscì, giocando fra i pezzi della sua maggioranza e l'unico autentico contraente del patto del Nazareno, a sciogliere tutti i nodi a parte quello del premio alla lista, sul quale erano fortemente contrari NCD e si-nistra Pd; né si raggiunse l'accordo fra i contraenti del Patto, malgrado i tanti tentativi degli sherpa di entrambe le parti. Un comunicato congiunto sanciva i punti di accordo e quelli di disaccordo, per l'appunto, il premio di maggioranza; al Senato si definirono e sottoscrissero congiuntamente gli emendamenti sui quali vi era la condivisione e l'impegno a sostenerli in Aula mentre sugli altri ci si rimetteva all'Aula: questo era il frutto di un difficile e delicato accordo sottoscritto in un incontro complesso fra il ministro Boschi e il sottosegretario Luca Lotti e me.

 


Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)


 

Dopo pochi giorni, un pomeriggio di domenica, una telefonata del capogruppo Zanda che, con il garbo e la calma che lo contraddistinguono soprattutto nei momenti più complicati, mi chiede se sono al corrente dell'emendamento Esposito, mi mette in allarme: l'indomani Verdini mi chiede di correre a Roma per un incontro urgente con Luca Lotti. Alle 15 inizia la riunione e la richiesta è secca e precisa: Forza Italia voti l'emendamento Esposito. La necessità derivava dal fatto che Renzi non era assolutamente certo di avere tutta la maggioranza dalla sua parte, ecco perché chiedeva il nostro contributo per l'approvazione dell'emendamento in questione. Un testo che, con un espediente al limite del regolamento che abbiamo rivisto utilizzato spesso da allora, anticipava nella discussione tutti i punti nevralgici della riforma, compreso il punto tanto discusso, ovvero il premio di maggioranza alla lista. Lo stravolgimento totale, quest'ultimo, del senso di ciò che è sempre stato il centrodestra: una coalizione di partiti che insieme hanno governato il Paese pur mantenendo le loro differenze di valori e di riferimenti. Indigeribile.

 

Proviamo dunque a trattare con Renzi direttamente, nulla. Prendere o lasciare. Senza il voto di Forza Italia all'emendamento Esposito la legge elettorale sarebbe finita nelle sabbie mobili dell'ostruzionismo, privando quindi il sistema di un tassello fondamentale. Il compromesso lo troviamo la sera, nella consapevolezza che un'architettura istituzionale è fatta di tante parti e che, se volevamo fosse condivisa, non potevamo imporre la nostra volontà su tutto: accettiamo dunque nostro malgrado il premio di maggioranza alla lista ma solo all'interno del perimetro del Patto sulle regole, riconfermato e rinsaldato, comprensivo di un metodo per la scelta del Presidente della Repubblica: nessun nome dunque, ma un metodo idoneo ad eleggere la più alta figura di garanzia della nostra Costituzione.

 

Le ore successive sono un susseguirsi di tentativi di compromesso e forza-ture, veri e propri ricatti politici gestiti da Renzi sulla base della dicotomia, che la minoranza del Pd – sempre più ampia – conoscerà bene, “o voi o loro”: o con il voto di Forza Italia, così le riforme avrebbero continuato a essere frutto di un accordo esteso alle forze sulla base del principio che le regole si scrivono assieme; o con la minoranza Pd, facendo le riforme, come d'altronde è avvenuto, a colpi di maggioranze di volta in volta raccogliticce e volte in alternativa.

 

Il nostro grande errore fu credere che quella fosse la “volta buona”, come ama ripetere con una cantilena stantia e priva di significato il Premier Renzi: che si potessero finalmente superare le logiche di parte e stabilire assieme i principi di garanzia di una democrazia: eleggere il Capo dello Stato non può rappresentare una prova di forza politica. In un sistema bipolare, come lo è stato il nostro per gli ultimi vent'anni prima dell'avvento dei partiti di protesta, è l'alternanza il principio cardine e, se si vuole andare a banalizzare la nostra Carta, spetta eleggere il Presidente della Repubblica a quella maggioranza che governa alla scadenza del settennato. Ma nella volontà dei Padri Costituenti vi era la definizione di un metodo di garanzia per tutti: questo abbiamo inteso e fortemente voluto potesse assicurare un più ampio accordo della riscrittura delle regole, che per esempio potesse affrontare anche il delicatissimo tema della giustizia.

 

Quello di Sergio Mattarella è stato fin dall'inizio un nome “indiscutibile”: nel senso più puro, in quanto il presidente Mattarella rappresenta per le sue qualità morali e politiche un presidente della Repubblica di forte garanzia; ma anche nel senso della chiusura totale da parte di Renzi a rendere il passaggio di maggior rilievo della Repubblica italiana anche quello di maggiore condivisione.

 

Quando abbiamo capito che non di una riforma condivisa si discuteva, ma di una riforma del Pd; che non di superamento delle asperità della contrapposizione politica ma di mera tattica si trattava; e che si andava delineando un nuovo assetto istituzionale che, lungi dal superare farraginosità e debolezze dell'attuale, riduce gli spazi di democrazia, compromette l'equilibrio fra i poteri e complica il sistema di formazione delle leggi; erano venute meno la fiducia alla base della condivisione e le condizioni nelle quali ho pronunciato le parole che il Foglio ricorda.

 

Più semplicemente, parlavo di una riforma diversa in un momento diverso. Oggi quelle condizioni non ci sono più, e non certo per colpa di Berlusconi.

 

Tempus regit actum, caro Direttore, non solo nel diritto, anche in politica.
Con stima ed amicizia.

 

Paolo Romani è capogruppo di Forza Italia al Senato