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Addio lotta di classe. La sinistra alla prova della più importante mutazione genetica

Le rupture sul mercato del lavoro aprono una nuova fase culturale nel paese: tramonta la lotta di classe tradizionale e cresce l'esigenza di affrontare una lotta per promuovere l'occupazione: competitività e produttività. Ma uscire dalla retorica della lotta di classe continua a essere un’impresa troppo ardua per molti. Indagine breve

1 Maggio 2016 alle 16:34

Addio lotta di classe. La sinistra alla prova della più importante mutazione genetica

Primo maggio a Milano (foto LaPresse)

La festa del lavoro è sempre  l’occasione per esaminare le condizioni del movimento operaio, che non sono sicuramente eccellenti se persino Fausto Bertinotti si dice convinto che ormai sia finito. In realtà invece il problema del lavoro è particolarmente acuto e sentito, il che darebbe un ruolo rilevante a un movimento di lavoratori che fosse in sintonia con i tempi.

 

Quella che è tramontata è la centralità della lotta di classe. Quando Karl Marx scriveva, più di 150 anni fa, che “la storia è storia della lotta di classe” sembrava autore di una visione profetica. La lotta di classe, all’interno dei singoli paesi e nella dimensione internazionale dopo la rivoluzione di ottobre, ha dominato le vicende politiche, al punto che sembrava che fosse la collocazione rispetto ad essa delle diverse formazioni a definirne la classificazione.

 

Oggi non è più così. Il conflitto fisiologico tra interessi sociali viene coniugato in tutto il mondo all’interno di una forma di collaborazione necessaria per reggere la competizione globale. L’impostazione riformista stessa ha cambiato di significato. Una volta rappresentava un modo graduale di spostare i rapporti di forza all’interno della lotta di classe, ora ha il senso di cercare soluzioni interclassiste che permettono a sistemi economici e statuali di diventare competitivi. E’ stato Gerhard Schroeder a inaugurare questa nuova interpretazione del riformismo, affermandola contro la tesi opposta e tradizionalista di Oskar Lafontaine. In questi anni di crisi si è visto che chi ha seguito quella linea è uscito rafforzato, che resiste al cambiamento pesta l’acqua nel mortaio. Il senso della rupture renziana sul lavoro, che ha intaccato l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, simbolo ormai un po’ appassito di un “potere sindacale” gabellato per potere dei lavoratori, è quello di aver preso atto della fine della lotta di classe tradizionale e dell’esigenza di affrontare la nuova lotta per la competitività che è la strada maestra per promuovere il lavoro.

 

Per trovare uno spazio all’interno di questa concezione, che ormai sta dividendo la sinistra in tutto il mondo (con Macron contro il gauchismo risorgente del Psf in Francia, con la Linke in guerra contro la Spd in Germania, con i blairiani che resistono alla svolta populista di Corbin in Gran Bretagna, persino con l’emergere di una candidatura “socialista” nelle primarie del partito democratico americano), le organizzazioni sindacali, soprattutto quelle di sinistra, debbono elaborare una cultura del conflitto interna alla logica della collaborazione. In realtà questa è stata la tradizione vera del sindacalismo italiano, da Giuseppe Di Vittorio a Giulio Pastore a Luciano Lama, ma la retorica con cui è stata impacchettata è di segno opposto, e paradossalmente la confezione sembra più resistente del contenuto.

 

D’altra parte i successi della lotta sindacale erano legati soprattutto alla distribuzione del reddito, che poteva essere migliorata a favore dei lavoratori quando il livello di occupazione era molto elevato. In una situazione di difficoltà competitive e produttive che determina un tasso di disoccupazione rilevante diventa invece prioritaria l’azione per favorire le assunzioni, il che richiede un’attenzione particolare alle condizioni delle imprese. E’ la strategia che, durante la prima crisi petrolifera, a metà degli anni ’70, indusse le confederazioni a inaugurale la strategia approvata all’Eur, ma poi contestata perché considerata funzionale solo alla politica del compromesso storico (e dell’austerità predicata da Enrico Berlinguer).

 

La battaglia per il lavoro sarà comunque quella decisiva, anche per le sorti delle organizzazioni sindacali, e molti se ne rendono conto, anche se è più facile ripetere le tradizionali frasi sulla difesa dei diritti. I diritti dei lavoratori però dipendono anch’essi, com’è ovvio, dall’esistenza di un rapporto di lavoro, e di questo i dirigenti sindacali sono perfettamente consapevoli. Ma uscire dalla retorica della lotta di classe, peraltro predicata ma non praticata, continua a essere un’impresa troppo ardua per molti di loro.  

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