cerca

Mappa per orientarsi nella nuova geografia dei poteri renziani

Gli spazi di manovra, i contrappesi sui servizi e sulla polizia e il senso delle mosse di Renzi alla ricerca di una forma per governare senza cadere nelle sabbie mobili del parlamentarismo. Cosa c'è dietro la tornata di nomine renziane - di Mario Sechi

30 Aprile 2016 alle 16:16

Mappa per orientarsi nella nuova geografia dei poteri renziani

foto LaPresse

“Nicolò Machiavelli nacque con gli occhi aperti”. Un’immagine fulminante, l’inizio della biografia del segretario fiorentino, scritta da Giuseppe Prezzolini, genio incompreso. Bisogna avere gli occhi aperti quando si prende lo scettro. L’esercizio del potere è come la scrittura, va sorvegliata. O ti sfugge di mano. L’arte del comando è vigilare, scrutare, osservare, mettere a fuoco, puntare. Decidere. Le nomine del consiglio dei ministri di ieri sono un pezzo della partitura del potere. Non l’intera sinfonia, ma un passaggio importante che si riverbera sul resto dell’opera. Renzi ha gli occhi aperti?

 

Partiamo dal comunicato del Consiglio dei ministri. L’importanza della notizia è inversamente proporzionale alla sua posizione: le nomine arrivano dopo un filotto di provvedimenti, in coda, presentate come routine, pratica burocratica, una partita d’allenamento al circolo degli scacchi. L’annuncio felpato è un segno liturgico di Palazzo Chigi, indica la delicatezza del dossier: Renzi dopo due anni di governo ora ha tutte le leve dello stato centrale a disposizione. Quasi. Perché il potere non è mai neutro e gli apparati del Leviatano hanno una loro autonomia, storia, esistenza e resistenza naturale che va oltre la forza e la volontà del Principe. Anche quando ha gli occhi aperti.



La mappa del potere di Renzi ha una sua logica intrinseca, le nomine sono ispirate al principio di lealtà, affidabilità, ma rispetto all’album di figurine ministeriali, qui il fattore esperienza è decisivo: non è una gita per scout, non c’è rottamazione, non c’è outsider, non ci sono quote rosa, non c’è prevalenza dell’immagine e lo storytelling è quello di un ovattato silenzio. Conta chi sa. Sale chi fa. Più o meno.

 

Il Quirinale ha gli occhi aperti. La volontà di Renzi è temperata dalla Presidenza della Repubblica, dal suo stile sì grigio ma più solido di quanto si immagini. Emerge in queste scelte il concerto con il Quirinale, la conoscenza che Sergio Mattarella ha delle segrete stanze della sicurezza. Mattarella fu ministro della Difesa con il governo D’Alema (1999-2001) e vicepresidente del Consiglio con delega ai Servizi Segreti con il governo Prodi (1998-1999), fu ministro di guerra (bombardamento in Kosovo) e custode di elenchi (dossier Mitrokhin). Un’esperienza che basta e avanza per suggerire il percorso, smussare gli angoli, consigliare con dolce imperio, mettere una casella là e incastrarne un’altra qua. Re della Prudenza, Mattarella in questo gioco è prezioso.



In una trama dalla luce soffusa, dove le figure si muovono come ombre di candele, alla fine i caratteri del copione si ritrovano perfettamente incolonnati in una dimensione classica del potere. Franco Gabrielli va a fare il capo della polizia e la scelta è felice perché Gabrielli ama quel corpo più di se stesso, è poliziotto nell’anima, ne ha arrotondato le asperità del duro servizio con l’esperienza di governo. Gabrielli è pantera della polizia, cervello e pistola con la Digos, investigatore di stragi, custode di pentiti quando c’era Cosa Nostra, agente segreto senza barba finta, uomo d’emergenza a L’Aquila, capo della Protezione civile con e senza Bertolaso, uomo del governo tra le macerie del Campidoglio, guardia del Giubileo di Papa Francesco. Gabrielli è uno che ieri aveva la fiducia di Letta e oggi ha quella di Lotti. Questura e bravura. Va al posto di un amico, il mai troppo compianto Antonio Manganelli. E qui sappiamo che lo ricorderà sempre. Poteva restare al suo posto Alessandro Pansa? No, perché Gabrielli, perfetto candidato per fare il sindaco di Roma, pur tentato da molte sirene, aveva scelto il primo amore, la Polizia. No, perché Gabrielli è nato nel 1960 e Pansa nel 1951. No, perché il primo ha una parabola in ascesa e il secondo in discesa. No, perché Renzi doveva liberare una casella (la Polizia) piazzare Gabrielli, (ri)muovere Pansa, (ri)muovere l’ambasciatore Giampiero Massolo dal Dipartimento informazioni per la Sicurezza e (ri)piazzarvi Pansa.

 

Promoveatur ut amoveatur, sia promosso affinché sia rimosso, resta un metodo, un principio, un nobile sistema di governo e ricambio della classe dirigente. Si fa con fermezza. E gentilezza. Il Dis nell’architettura dei Servizi Segreti italiani in realtà ha un ruolo marginale. Il link diretto con il premier Renzi passa attraverso l’Autorità delegata (Marco Minniti), il coordinamento è meramente formale, sul piano operativo alla fine decidono i direttori dei due servizi, l’Aise (il controspionaggio) e l’Aisi (il servizio segreto civile). Qui al posto di Arturo Esposito è arrivato Mario Parente, ma nel Risiko di Palazzo Chigi (e nel rumore degli altri palazzi) era una nomina attesa. Parente è un generale dei Carabinieri, già in rampa di lancio con la vicedirezione del servizio che aveva assunto nel maggio dell’anno scorso. Renzi ha solo schiacciato il pulsante per catapultare Parente al vertice. E’ una scelta di continuità. Anche perché il vero tema in agenda riguarda una rivisitazione dell’intero sistema dei Servizi Segreti. La domanda è sempre quella: chi comanda? L’Autorità delegata Minniti? Il nuovo capo del Dis Pansa? Come funziona la cinghia di trasmissione tra l’ordine e l’esecuzione, la politica e il mestiere delle spie? Come si concilia questa architettura con il nuovo scenario introdotto dall’articolo 7bis alla fine del 2015 nel decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali (a proposito, sta per arrivarne un altro). L’articolo 7bis dà al Presidente del Consiglio i poteri di un commander in chief che può disporre di unità speciali delle forze armate, coordinate dai Servizi Segreti, per operazioni di sicurezza all’estero. Operazioni segrete che non hanno bisogno di un passaggio nelle aule parlamentari, ma di un’informativa al Copasir. Punto. E’ un nuovo strumento militare disegnato per i teatri della guerra contemporanea, potrebbe entrare in funzione in Libia nelle prossime settimane.



A questo scenario è legata la nomina di Carmine Masiello a consigliere militare di Renzi. Masiello è un ufficiale di enorme valore professionale e umano, non è un burocrate con le stellette, ma un combattente colto (tre lauree, parla tre lingue) dotato di grande coraggio e competenza. Amatissimo dai suoi soldati, è un comandante che in Afghanistan ha affrontato prove difficili, ha mostrato sangue freddo e determinazione in numerose occasioni dove le nostre truppe rischiavano la vita. Tra i più stretti collaboratori del ministro Roberta Pinotti, l’ingresso di Masiello nello staff della Presidenza del Consiglio conferma quel che è già un fatto sul piano legislativo: Renzi sta costruendo una war room in grado di prendere le ultime decisioni e coordinarsi con tutti gli altri soggetti attivi sulla sicurezza e la Difesa. Masiello è un altro pezzo della scacchiera che si muove secondo un piano di gioco preciso. A questo scenario militare manca il soggetto della cyber-war e cyber-sicurezza. Doveva essere Marco Carrai. E lo sarà, come consigliere dello staff personale del presidente del Consiglio. Renzi fa distinzione tra questo e quello istituzionale, dal punto di vista del risultato operativo non ha molta importanza, quel che conta è che ci sia un apporto di qualità – e autonomia – su un tema nel quale siamo indietro, pieni di “bachi” e di “buchi”. La barca in ogni caso deve andare e va e la sostituzione dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi alla Marina con Valter Girardelli non fa notizia: è sotto indagine, è presunto innocente fino a sentenza, ma sul ponte di comando deve esserci un capitano senza l’ombra di un’inchiesta. Chi va per mare, deve navigare tranquillo. O rischia il naufragio. Sostituito De Giorgi, resta tutta da verificare la reale utilità strategica del piano di espansione della Marina, i dubbi degli analisti militari sono parecchi (e fondati) e Renzi a Palazzo Chigi può fare quattro chiacchiere con il generale Masiello sul tema, il premier ha il consigliere giusto da ascoltare.

 

Renzi ha gli occhi aperti. E vedremo per quanto tempo. La nomina di Giorgio Toschi al vertice delle Fiamme Gialle era il punto più delicato della partita tra Quirinale e Presidenza del Consiglio. Il generale Toschi è un abruzzese, ha un ottimo curriculum, su di lui sarà puntata l’attenzione del partito trasversale anti-Renzi e di un pezzo del piccolo establishment italiano, perché viene dalla Toscana (fatto non casuale e in ogni caso ininfluente sulla valutazione dell’operato) e perché la Guardia di Finanza ha un enorme potere. Formalmente la nomina del comandante è di competenza del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ma il titolare del Dicastero non si occupa di questi dossier, tutto fa capo alla Presidenza del Consiglio. Le Fiamme Gialle sono una potenza alla nitroglicerina, vanno maneggiate con estrema cura. Il vostro cronista conserva ancora i taccuini del 2006 e 2007 con le note sul caso che vide protagonisti il ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa, il suo vice Vincenzo Visco e il comandante generale della Gdf Roberto Speciale. Nomine. Indagini. Intromissioni. Autonomia della Gdf. Un memento. La Guardia di Finanza ha il controllo sulla sicurezza economica dello Stato, gode di grandissima libertà e discrezionalità d’azione, ha un sistema di controllo capillare, reparti anti-terrorismo (i baschi verdi), un comparto aereo, uno navale, il soccorso alpino, unità cinofile. E’ una forza armata integrata con capacità e mezzi di proiezione che altri non hanno. Ma soprattutto è il vero servizio segreto italiano: schiaccia un pulsante e attraverso le banche dati collegati ha sullo schermo la vita di chiunque. Le vite degli altri.

 

La mappa delle nomine del premier è quella di una forza che si muove a caccia di spazi di manovra, un premier che cerca una forma per governare a Palazzo Chigi senza cadere nelle sabbie mobili del parlamentarismo. Sono buone nomine. E sono fatte in una logica presidenzialista. Sarebbe ora di prenderne atto e fare una riforma istituzionale complessiva. Dopo il referendum sul Senato, sarà bene aprire quel cantiere. Renzi ha gli occhi aperti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi