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Renzi versus Davigo, parte seconda: “E’ finito il tempo dei politici subalterni ai pm”

Il premier replica all’offensiva mediatica del presidente dell’Anm. Il populismo giustizialista, dice, “è l’opposto di ciò che serve all’Italia”. Non mancano però segnali di distensione alla magistratura, e una frenata sulla riforma delle intercettazioni.

25 Aprile 2016 alle 10:54

Renzi versus Davigo, parte seconda: “E’ finito il tempo dei politici subalterni ai pm”

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Dopo l’intervento in Senato contro “la barbarie giustizialista”, che ha prodotto negli ultimi giorni la controffensiva mediatica del presidente dell’Associazione nazionale magistrati Piercamillo Davigo, il premier Matteo Renzi è tornato oggi a parlare di giustizia e di rapporti tra politica e magistratura, in un’intervista a Repubblica.

 

Il premier ha affermato che non si è di fronte ad “un’invasione di campo” della magistratura nella sfera politica, ma ha anche detto chiaramente che “è finito il tempo della subalternità” dei politici ai pm: “Il politico onesto rispetta il magistrato e aspetta la sentenza. Tutto il resto è noia, avrebbe detto Califano”. Renzi ha voluto criticare, tuttavia, il populismo giustizialista emerso dalle parole di Davigo – e ripreso poi a ruota dal pm Nino Di Matteo ¬– secondo il quale tutta la classe dirigente italiana è corrotta, e che dai tempi di Mani pulite non è cambiato niente.

 

Renzi ha risposto a questa visione recuperando la posizione espressa dal presidente dell’Autorità nazionale, Raffaele Cantone, dichiarando che, sì, “i politici che rubano fanno schifo, e vanno trovati, giudicati e condannati”, ma puntualizzando anche che “dire che tutti sono colpevoli significa dire che nessuno è colpevole, esattamente l’opposto di ciò che serve all’Italia”: “Voglio nomi e cognomi dei colpevoli. E voglio vedere le sentenze”.

 

Per quanto riguarda la riforma della giustizia, il premier si è detto intenzionato ad intervenire soprattutto sul fronte della lentezza dei processi (“Adesso la priorità è che si velocizzino i tempi della giustizia”), ha sottolineato la necessità di valutare tutte le possibili conseguenze di una riforma della prescrizione (“Va bene allargare la prescrizione, ma dando tempi certi tra una fase processuale e l’altra. Non è umanamente giusto che si debbano attendere anni, talvolta decenni, per finire un processo”), mentre ha frenato – chissà se proprio in seguito alle tensioni degli ultimi giorni – attorno alla riforma delle intercettazioni: “Personalmente non sono interessato all’ennesima discussione sulle intercettazioni, che credo riguardi soprattutto la deontologia del giornalista e l’autoregolamentazione del magistrato”.

 

Toni, dunque, di distensione. Confermati dall’ultima considerazione circa la riemersione di un possibile scontro istituzionale tra politica e magistratura: “Non mi pare. Invito tutti a fare il proprio lavoro nel rispetto della carta costituzionale. Noi facciamo le leggi, loro fanno i processi. Buon lavoro a tutti”.

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