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Le tre parole che mancano nel discorso di Renzi contro il giustizialismo

La questione scottante e inquietante, il “pezzo mancante” del discorso renziano, si riassume in tre paroline: separazione-dei-poteri. Tocca ripartire da Montesquieu.

23 Aprile 2016 alle 06:18

Le tre parole che mancano nel discorso di Renzi contro il giustizialismo

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Se Renzi dice “sono per la giustizia e non per il giustizialismo”, lo applaudiamo. Se poi scandisce “credo nei tribunali e non nei tribuni”, come volete che reagiamo? Applausi, fragorosi applausi. Siamo nati così, garantisti e contenti. Le parole del premier sono come ciliegie, una tira l’altra. Eppure c’è qualcosa di monco in quel discorso. Va bene depenalizzare le bagatelle, telematizzare e tagliare qualche giorno di ferie, per carità, ma la questione scottante e inquietante insieme, il “pezzo mancante” del discorso renziano, si riassume in tre paroline: separazione-dei-poteri. Siamo una democrazia monca perché nell’ultimo ventennio alla drastica riduzione delle prerogative della politica si è accompagnata l’incontenibile espansione della discrezionalità giudiziaria. La data d’inizio è 1993: nell’anno delle monetine lanciate da un’opinione pubblica fanatizzata il Parlamento si spoglia dell’immunità parlamentare riducendola a modesto simulacro, ostaggio di logiche partitiche, nei casi estremi di arresto e intercettazione.

 

Il principio di autotutela, voluto e difeso dai padri costituenti (rileggere Costantino Mortati, please), viene gettato alle ortiche. Oggigiorno un parlamentare può essere indagato, processato e condannato alla stregua di un comune cittadino. Chi se ne importa se il primo sia un tantino più esposto in forza del ruolo pubblico che ricopre: uno vale uno, e così sia. Nell’anarchia giustizialista dei nostri tempi sarebbe impensabile ripristinare un qualche baluardo a protezione della politica dalla parzialità giudiziaria ma forse, atteso l’oggettivo squilibrio esistente tra politica e magistratura, tra eletti dal popolo e pubblici funzionari per concorso, si potrebbe porre così la questione: ‘Signore e signori, noi non chiediamo privilegi e riguardi speciali, vogliamo essere trattati alla stregua di ogni comune cittadino, a patto che pure la magistratura rientri nell’orbita di una comune burocrazia statale’. In altri termini, al fine di ristabilire un sistema di checks and balances, di pesi e contrappesi per un effettivo equilibrio tra poteri, vogliamo non già che la politica sia più potente ma che la magistratura lo sia un po’ meno. “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere”, sante parole di Montesquieu. Ridimensionare la discrezionalità togata significa, per esempio, riflettere su quel 70 per cento di prescrizioni che maturano nella fase delle indagini. L’azione penale è obbligatoria al punto che i pm decidono, arbitrariamente, quali fascicoli far camminare e quali lasciar naufragare nel mare magnum delle carte obliate. Così i togati hanno l’alibi perfetto per decidere le priorità di politica criminale, secondo le proprie insindacabili inclinazioni, avocando a sé un compito che nel resto dei paesi occidentali è proprio della politica.

 

[**Video_box_2**]La discrezionalità dei magistrati va avanti nella fase dibattimentale dove giudice e pm condividono la medesima carriera, e se le accuse traballano c’è sempre modo di diluire il tutto, bye-bye sentenza. La discrezionalità è persino sfacciata quando il magistrato capta le conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica; e poi intercetta abusivamente l’eletto salvo chiederne l’autorizzazione ex post, mica prima; e poi esprime il proprio personale dissenso su una nomina governativa peraltro ufficiosa (cybersecurity, do you remember?); e poi entra a gamba tesa nel procedimento legislativo, sindaca nel merito un emendamento del governo e ascrive a un singolo la responsabilità di una norma approvata dal Parlamento (Azzollini, do you remember?). L’introduzione, anche recente, di reati fumosi e dai contorni evanescenti, come il traffico di influenze o il disastro ambientale, ha assegnato nuove armi letali ai togati vincitori di concorso. Sappiamo che non è facile mettere mano alle ‘tre paroline’: il ricatto è permanente, e sono già caduti governi per inchieste fondate sul nulla. Ma prima o poi qualcuno dovrà farlo: basta girarci intorno. Non vogliamo che i politici siano più potenti, ma che i magistrati lo siano un po’ meno. Per #cambiareverso tocca partire da Montesquieu.

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