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Ecco Davigo, il re delle manette e del carcere per tutti

Bocciato il presidente dell'Anm a cui sono rimasti solo la certezza della colpevolezza di Craxi e il piacere di infierire ancora oggi su Forlani. Promossi Legnini e Gratteri che hanno criticato il giustizialismo imperante. Promosso Berlusconi per come si sta muovendo a Roma. Il Pagellone della settimana politica di Lanfranco Pace.

23 Aprile 2016 alle 13:00

Ecco Davigo, il re delle manette e del carcere per tutti

Piercamillo Davigo (foto LaPresse)

MENO MALE CHE C’E’ DAVIGO...

 

Non perché, come ha scritto ingenuamente qualcuno, un vero duro alla testa dell’Anm potrebbe siglare la pax armata tra politica e magistratura: Davigo non è Ariel Sharon.

 

No, dobbiamo ringraziare l’ex pm di Mani pulite per quello che sfrontatamente ci mostra dello spirito, del modo di pensare di un magistrato autorevole, cultore del diritto e servitore della legge.

 

Florilegio. I politici rubano come e più di prima, anzi è peggio di prima perché nemmeno si vergognano più, certo non tutti sono ladri, sennò a che servirebbe fare i processi, però molti lo sono. Dicono cose tipo “coi nostri soldi facciamo quello che ci pare” (non so a voi ma a me non è mai capitato di sentire un politico anche di mezza tacca dire una cosa del genere). E ancora: non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti. La presunzione di innocenza è una questione inerente ai processi non alla vita pubblica o alla politica, (quindi un politico dovrebbe dimettersi appena sfiorato da un avviso di garanzia). Non li mandiamo in carcere per farli parlare, ne escono perché parlano. Bisogna costruire più carceri, in Italia ci sono meno detenuti della media europea.

 

Insomma il re delle manette e del carcere per tutti. Nessun accento di pietas, di carità senza le quali non ci può essere mai giustizia. Nessun accenno di autocritica. Fecero fuori quattro partiti, ridussero a zero ogni ipotesi di governo politico-parlamentare, possibile che mentre erano a piè d’opera Davigo e compagni non si siano mai chiesti chi avrebbe governato il paese una volta fatti fuori Dc, Psi, Psdi e Pli? L’allora procuratore capo Borrelli disse che il fine giustificava i mezzi: Lenin alla Scala. Non fu forse la sua un’inconsapevole ammissione di tentato pustch per via giudiziaria?

 

Del tempo andato a Davigo sembra siano rimasti solo la certezza della colpevolezza di Craxi e il piacere di infierire ancora oggi su Forlani, il più mite e nelle circostanze in cui si è dovuto trovare il più debole fra i potenti messi alla gogna, “fece una figuraccia al processo Enimont”, già chi non ricorda quel suo filo di bava e Di Pietro che gongolava e incalzava.

 

Poi Davigo sciorina le solite contro-verità per rintuzzare le accuse di aver indagato a senso unico: dice che il Pci era finanziato dalle cooperative in modo dichiarato e quindi legittimo, eppure anche i passanti sapevano che non era più l’isola di moralità sbandierata da Berlinguer, che era parte integrante del sistema, prendeva tangenti, riceveva finanziamenti dall’estero, Botteghe Oscure produceva anche i compagni G, generazione di faccendieri e intermediari stoici e assolutamente fedeli alla causa.

 

 

E TRAVAGLIO E GRILLO

 

Primo effetto Davigo, si sta ringalluzzendo il fior da fiore, Beppe Grillo e Marco Travaglio.

 

I grillini dicono che sono d’accordo con l’ex di Mani pulite da almeno tre anni, cioè da quando erano in fasce. Il direttore del Fatto quotidiano, più accorto, difende pane e companatico, bisogna pubblicare le intercettazioni sempre e comunque, anche se penalmente irrilevanti perché comunque illuminano il cono d’ombra, svelano snodi e sotto-testi del potere. Fa l’esempio dei palazzinari che dopo il terremoto dell’Aquila sghignazzano stappando champagne e congratulandosi l’uno con l’altro in vista degli appalti per la ricostruzione. Un episodio poco edificante ma ci vuole una cimice per ricordarci che al mondo esistono anche iene e avvoltoi e di solito si aggirano dove ci sono i morti? O per conoscere le segrete ragioni per cui la Lega non si è costituita parte civile contro il suo tesoriere disonesto, cosa di cui francamente non frega assolutamente nulla a nessuno? 

 

Epperò si intercetta, epperò si pubblica, epperò si sputtana. Ci piace guardare dal buco della serratura, appoggiare l’orecchio al muro, su una sguattera del Guatemala riusciamo a ricamare un feuilleton e non lo facciamo né per soldi né per sopravvivere come nella ex Ddr. E’ che siamo pecorecci e puttanoni, godiamo di prurigine va pure bene purché resti fuori dalle aule di tribunale e dallo stato di diritto. 

 

Pd e governo hanno scelto il basso profilo, fanno sapere che non intendono raccogliere provocazioni. Hanno lasciato che parlassero il saggio Legnini (voto 8) vicepresidente del Csm, l’ex presidente della stessa Anm Palamara, il capo dell’Autorità nazionale contro la corruzione Cantone (voto 6) e Nicola Gratteri (voto 9) appena nominato procuratore capo di Catanzaro.

 

Magistrati importanti e dialoganti: dicono che la mediazione in materia di intercettazioni potrebbe ricalcare le circolari prescrittive già emesse dalle maggiori procure. E’ possibile, ma chissà se la procura di Potenza e altri magistrati sparsi ne accuseranno ricezione.

 

 

E’ BONO ER PASTICCIACCIO DEL CAV.

 

E’ praticamente impossibile oltre che completamente inutile calarsi nelle mente di Silvio Berlusconi ma non si può non restare ammirati per come si sta muovendo nel caso Roma: fatte salve le precauzioni d’uso, quel suo far finta di niente, quel tirare da una riunione all’altra e resistere alle pressioni assai interessate dei suoi che vorrebbero sacrificarlo al rito stantio dell’unità del centro destra, è tatticamente sublime. Il Campidoglio non è mai stato un suo obiettivo politico principale, per questo ha puntato fin dall’inizio su Guido Bertolaso. Il quale è certamente come ha detto Alessandra Mussolini (voto 9) un coglione in politica ma per competenza, autorità, piglio decisionista e capacità di guidare gli uomini è un fior di tecnico, uno dei pochi in grado di far fronte davvero alle emergenze. Dopo il fallimento di due giunte prettamente politiche di destra e di sinistra non era dunque disdicevole né peregrino voler dare la palla a un tecnico, a un super prefetto votato dai cittadini anziché scelto dal ministro degli interni. Semmai cervellotico è pensare che la politica in generale e la Meloni in particolare riescano a cancellare le scorie tossiche di un passato che è ancora fresco e addirittura vincere al ballottaggio.

 

Ma Salvini sta giocando un’altra partita con un’altra maglia: dopo essere stato d’accordo sul candidato proposto da Berlusconi, in capo a tre giorni cambia cavallo e comincia il pressing sulla Meloni perché si candidi. Le ragioni della rottura, qualche dichiarazione inopportuna o maldestra di Bertolaso, sembrano a tutti pretestuose. In realtà Salvini ha capito o gli hanno fatto capire di avere davanti un’occasione irripetibile. Può dimostrare che ha palle, che è il leader nazionale del centro destra, può proiettare una cruda luce sul declino della funzione e della persona stessa di Berlusconi senza rischio: il padre naturale di Salvini è Umberto Bossi e lui lo ha già metaforicamente ucciso, il Cav. non gli è nemmeno zio, chi se ne frega delle buone maniere lo si può anche umiliare. In più il segretario della Lega incassa due vantaggi collaterali. Si toglie dai piedi una potenziale rivale d’area, la Meloni, che se dovesse vincere a Roma scomparirebbe dalla scena nazionale come la baronessa di Cariddi. E impiantare “a gratis” i primi nuclei della Lega in città, malgrado l’handicap di una capolista, Irene Pivetti (voto 6) sbarcata in loco con volto e taglio di capelli alla Renée Falconetti. Per Salvini sembrava una mossa win-win, in ogni caso non avrebbe perso.

 

Se non che ha trovato sulla sua strada un ostinato signore di quasi ottanta anni il quale a una leadership che lui ritiene poggi sul nulla se non l’irriverenza ha lanciato il famoso grido del tifoso incazzato, “devi mo-ri-re”: credi di avere più voti di me, bene, contiamoli, uno a uno.

 

I sondaggi anche i più affidabili, come quelli di Alessandra Ghisleri (voto 9) vanno presi con le molle, manca un mese e mezzo alle elezioni e c’è una sterminata platea di elettori muti e disinformati. La partita è aperta, tutti gli scenari possibili, si vedrà chi ha più fiato. Dovessero poi convergere su Marchini, Bertolaso e il Cav. potrebbero anche creare la sorpresa e arrivare fino in fondo. Sarebbe la naturale riproposizione a Roma del modello milanese di centro destra, moderato, tollerante, riformatore. Diverso da quello velleitario e di basso profilo della Meloni e da quello urlato e lepenista di Salvini. Nei momenti migliori della sua storia e nei suoi uomini migliori, la destra italiana ha sempre guardato a De Gaulle: che oggi sia disposta a seguire la ruspa e la felpa di un sodale della signora Le Pen dice molto sul suo declino. 

 

 

LA SINISTRA DELIZIOSA

 

Chiedono al senatore Miguel Gotor perché non abbia firmato la richiesta di referendum confermativo della legge Boschi di riforma costituzionale. Risponde: temo curvature plebiscitarie (voto 4).

 

Decisamente non so se c’è o ci fa. Ma dico io, uno della sinistra del partito, fiero oppositore del segretario a cui rimprovera di aver smarrito la via maestra, i grandi valori, la difesa del lavoro, dei deboli, dei meno abbienti, insomma di chi sta in basso, uno così dunque anziché parlare in modo semplice e chiaro se ne esce con un’astruseria che necessiterebbe di una spiega di dieci minuti per essere capita da studenti di prestigiose università? Curvatura plebiscitaria? Ma mi faccia il piacere, mi faccia.

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