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Perché la magistratura ha un programma politico (manettaro) per tutto

Per l'apparato giudiziario formato Davigo, "basta che i politici si adeguino".

22 Aprile 2016 alle 10:57

Perché la magistratura ha un programma politico (manettaro) per tutto

Piercamillo Davigo al Convegno su "Giustizia e legalità" organizzato da Anm (foto LaPresse)

Roma. Prendete nota di questi concetti. Intercettazioni: “Alcune rimarranno border line, ma se il pm e il giudice le ritengono utili per decrivere il contesto saranno diffuse”. Presunzione d’innocenza: “E’ un elemento interno al processo, non c’entra nulla coi rapporti sociali e politici. Come se un fatto penalmente irrilevante non fosse deontologicamente disdicevole”. Enunciati il primo al Corriere della Sera da Giuseppe Cascini, pm dell’inchiesta su Mafia Capitale, e il secondo al Fatto da Piercamillo Davigo, ex Mani pulite ora presidente dell’Associazione magistrati, possono essere considerati due punti-chiave di un programma politico che sta prendendo forma nella magistratura. Programma agitato intanto come reazione alle riforme annunciate da Matteo Renzi, e che verrà testato al referendum costituzionale quando Magistratura democratica, la corrente di Cascini, farà campagna per il “no”: ma che potrà in caso di sconfitta renziana divenire anche agenda di governo; o in caso di vittoria fornire la ridotta etica (“Onestà, onesta!”) a un’opposizione populista-grillina-benecomunista.

 

Un “Resistere, resistere, resistere” 16 anni dopo quello del 2002 contro il Cavaliere. Per sorte, i due pronunciamenti di Davigo e Cascini arrivino mentre vengono archiviate le accuse di complotto contro l’ex pm Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli, per sabotare le inchieste “Why not” e “Poseidone”, inchieste ad ampia diffusione di avvisi di garanzia e di intercettazioni. De Magistris era eccessivo perfino per gli standard giustizialisti: e tuttavia quali furono gli effetti di quelle inchieste? Cadde un governo, quello di Romano Prodi; il ministro della Giustizia di allora, Clemente Mastella, dovette fare le valigie e divenne “impresentabile”; la politica nazionale e locale fu deviata. Ecco: se il combinato disposto tra presunzione d’innocenza a sovranità limitata e intercettazioni a sovranità illimitata si riproponesse oggi a Potenza, o magari in qualche altra inchiesta, avremmo un bis al cubo, perché Renzi non è il declinante Prodi di allora, perché il Pd renziano sta rompendo i ponti con le procure, e perfino Repubblica non si presta più al gioco.

 

Così è Marco Travaglio sul Fatto a raccogliere il testimone, rendendo plastico l’O.K. Corral Davigo-Renzi, impaginati schiena contro schiena. Come ha scritto il Foglio, la linea Davigo si può così sintetizzare: “Non c’è conflitto tra noi e i politici, basta che si adeguino”. E il catenaccio è a tutto campo: sulle intercettazioni, sulla prescrizione, sulla presunzione d’innocenza, sull’inefficienza e sul riordino degli uffici giudiziari. In pratica: sbarramento preventivo alle quattro maggiori riforme che Renzi ha detto di voler approvare. E’ utile farsi un giro su Questione Giustizia, rivista online di Magistratura democratica. Proprio Cascini è autore di un articolo sulle intercettazioni, definite “barbarie” dal premier. Titola Questione Giustizia: “Dalle circolari delle procure di Roma, Torino e Napoli vengono le soluzioni utili per il legislatore”. Soluzioni che “andrebbero recepite nel ddl governativo in discussione al Senato”.

 

Anche la riforma dell’ordinamento giudiziario, anticipata dal Foglio del 26 marzo, andrebbe riscritta in quanto “soffre di insufficiente maturazione culturale”. Riscritta come? Secondo le indicazioni del presidente della Corte d’appello di Brescia, Claudio Castelli. Qui però non si vola sui massimi principi, ma su “mutamento funzioni, semi direttivi tabellarizzati, discontinuità degli incarichi direttivi”. Dopo aver nicchiato un po’ Md ha deciso di contrastare anche il “vulnus” del pensionamento dei magistrati a 70 anni anziché 75, contro il quale l’Anm ha fatto lobbying parlamentare, ottenendo deroghe. L’allarme democratico è allora per le “procure in bilico”. A Taranto è stato collocato a riposo il procuratore generale Franco Sebastio, responsabile dell’inchiesta Ilva, subito sceso in campo per il referendum anti-trivelle. Così, tra ricorsi al Tar e alla Corte costituzionale per questioni di carriere e indicizzazione delle pensioni, la magistratura formato Davigo guarda ora al referendum di ottobre. “E’ in gioco l’architettura democratica dello Stato” dice il comunicato per il no di Md. Difficile che Davigo schieri addirittura l’Anm. Anche se da quando ha abbandonato la corrente di Magistratura indipendente è oggetto di un insistente pressing da parte di pezzi grossi, e schierati, delle procure. Tipo Armando Spataro, procuratore della repubblica di Torino; che ha appena annunciato l’adesione al comitato per il no di Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelsky.

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