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Valide ragioni per dire "No" alla truffa del referendum

E’ lo scontro tra l’Italia della decrescita felice e l’Italia dello sviluppo

Dalla truffa mediatico giudiziaria alle risorse da garantire per le future generazioni, dalla pericolosa ideologia anti industrialista alla Costituzione brandita contro gli astensionisti. Girotondo fogliante.

15 Aprile 2016 alle 10:24

E’ lo scontro tra l’Italia della decrescita felice e l’Italia dello sviluppo

Siamo di fronte a un referendum paradigmatico, che da un punto di vista giuridico conta poco o nulla, ma che riflette un atteggiamento consolidato, immutato da 30 anni, ed esprime un solo contenuto politico: quello del “no” a prescindere. Non c’è alcuna attenzione all’interesse nazionale, che è quello di ridurre l’importazione di idrocarburi da paesi complicati e non sempre affidabili. Domina un messaggio demagogico e manicheo – “energia pulita contro energia sporca” –  e la promessa di una crescita miracolosa, senza assunzioni di responsabilità. E una visione comprensibile per chi pensa che il nostro futuro sia nella “decrescita felice”, meno per chi ritiene risieda nella capacità di competere e generare ricchezza. Probabilmente come governo avevamo fatto la scelta giusta con lo Sblocca-Italia, che scommetteva sull'aumento della produzione nazionale degli idrocarburi. Il passo indietro non è servito a evitare un referendum, con la sua carica politica anti-renziana, anti-crescita e anti-tutto. Qualora vincesse il sì non cambierebbe nulla nel consumo di idrocarburi, continueremmo a usare energia elettrica, a muoverci con la benzina e scaldarci con il gas; cambierebbe solo che importeremmo anche quella parte di petrolio e soprattutto di gas che oggi produciamo sulle piattaforme “incriminate”, e che perderemmo royalties, tasse sui profitti delle aziende e posti di lavoro, senza guadagnare nulla.

 

E’ un modo catartico e deresponsabilizzante di affrontare questioni complesse. Paesi come la Norvegia, che tengono molto all’ambiente, in modo molto più pragmatico, hanno inaugurato un’enorme piattaforma nel mare del Nord, usando tecnologia italiana. I rischi vanno governati, non esorcizzati. Una buona politica serve a questo. Pensiamo all'idroelettrico, che è una delle fonti di energia rinnovabile più importante, ma che comporta un impatto ambientale pesante, perché gran parte dell’acqua di torrenti e ruscelli è captata per riempire dighe, che rappresentano inoltre un pericolo potenziale. L’unico grave incidente nella produzione energetica nel nostro paese è stato il Vajont. E’ vero che erano altri tempi, ci sono stati errori e oggi c’è molta più sicurezza, ma nessuno ha pensato di smettere di costruire le dighe o di svuotare quelle che esistevano. Perché ora dovremmo smettere di tirare su gas da piattaforme che non hanno mai creato problemi di sicurezza? Sul voto, da radicale e referendario, andrò a votare “no” come atto di testimonianza personale, ma so perfettamente che le regole del gioco, nella prassi, sono diventate da almeno vent'anni “astensione” contro il “sì”. Non c'è nessuno in Italia - destra, sinistra, centro, Chiesa, sindacato, intellighenzia varia - che non abbia proposto o usato il quorum per far fallire i referendum sgraditi, quasi sempre riuscendoci. Queste sono le regole del gioco, politicamente opinabili, ma consolidate e soprattutto perfettamente costituzionali.

 

Benedetto Della Vedova è sottosegretario agli Esteri

 

 

 

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